Un popolo, un destino

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Un popolo, un destino. È questo il motto proposto per la Federazione dell’Africa orientale, o “Shirikisho la Afrika Mashariki” in Swahili.

Un motto che, ovviamente, non è stato scelto a caso. Il progetto è stato lanciato dalla Comunità Africana orientale, che oltre a prestare bandiera e motto alla nuova federazione, include anche tutti i membri che ne faranno parte. Motto non scelto a caso, dicevamo, appunto perché questo ambizioso progetto, formulato da Kenya, Ruanda, Sudan del sud, Burundi, Tanzania e Uganda non è che uno dei numerosi e recenti tentativi del popolo africano di raggiungere quell’autodeterminazione e unità da troppo tempo privatagli dalle ingerenze imperialiste occidentali. Un motto che in quattro parole racchiude un desiderio di unità volto soprattutto ad annullare le differenze imposte dai confini tracciati su carta in Europa, ma anche i tribalismi che da sempre affliggono il continente. Un motto che reclama uno sguardo fiducioso e determinato al futuro, che viene visto ora più che mai come un orizzonte comune verso cui remare insieme.

L’unione, che avverrà nel contesto della già menzionata Comunità Africana orientale (un’unione politica modellata su quella europea, con tanto di mercato comune e preparativi già lanciati per una moneta comune) ha iniziato a prendere forma nell’ottobre 2014, quando i leader di Uganda, Kenya, Burundi e Ruanda si riunirono a Kampala (Uganda) con l’obiettivo di redigere una costituzione per la federazione. Da allora, il progetto ha guadagnato inerzia, ottenendo il consenso di Tanzania e Sudan del Sud, lo Stato più giovane al mondo. Figure importanti come il presidente ugandese Museveni hanno indicato la federazione come principale obiettivo politico dei prossimi decenni. Lo scorso settembre, le sei nazioni hanno formato un comitato per iniziare il processo di redazione di una costituzione adatta alle esigenze di tutti, inclusi i due “nuovi arrivati”. La moneta unica sarà realtà entro il 2024, e la comunità si è dichiarata aperta a qualsiasi nuovo membro desiderasse far parte del progetto.

Tuttavia, non tutto sarà rose e fiori. La regione è stata pregna di conflitti fino a tempi recentissimi (a simboleggiare la fine di questa era, la capitale designata sarebbe la cittadina Arusha, dove sono stati conclusi alcuni dei più importanti trattati di pace nella zona), e le differenze ad esempio nel credo religioso degli abitanti non possono certo ispirare sicurezza. La violenza non è però l’unica sfida che si pone tra i popoli dell’Est africano e un futuro prospero: la nuova nazione, la seconda più popolosa in Africa on oltre 170 milioni di abitanti, avrebbe un’età media di appena meno di 20 anni, rendendola una delle dieci nazioni più giovani sul pianeta.

Inoltre, Paesi come il Sudan del Sud e il Burundi sono tra gli Stati più poveri al mondo, in una zona che non ha la ricchezza economica tra i suoi pregi. La scarsità di infrastrutture sarà un altro fattore che non giocherà a favore del nuovo Stato, che se formato oggi porterebbe a un PIL pro capite di poco più di 2000 franchi.

Insomma, osservando il progetto con occhio critico si fatica a vedere immediata prosperità e sviluppo per la regione, ma per quanto riguarda l’irrilevante opinione dello scrittore, un processo di unificazione è soprattutto una promessa di, qualunque cosa succeda, andare avanti e affrontarla insieme. All’Africa sono stati rubati secoli di sviluppo civico e sociale, nonché intere generazioni perse durante le lotte per l’indipendenza o le tribolazioni etniche. Nonostante tutto ciò, non posso che applaudire il tentativo di mettere tutto questo da parte e prendere in mano il proprio futuro, invece di attendere il benefico tocco di una mano invisibile che sembra essersi dimenticata del Continente Nero.

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