Di targhe sbagliate ed auto sfregiate

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Tra gli articoli di Tio.ch di ieri ce n’era uno davvero singolare. “Anche la mia auto è stata colpita” il titolo della notizia pronta a mettere in guardia il lettore. Questo era l’attacco del pezzo:

Anche Ponte Tresa (assieme Montano Lucino), è stata teatro di vandalismi contro automobili ticinesi.

A farne le spese, domenica, è stato un pizzaiolo di Lugano. «Ho posteggiato l’auto in un parcheggio a pagamento. Ci siamo allontanati per alcune ore. Al nostro ritorno la sorpresa».

Il lunotto posteriore del veicolo era sfondato: «E non può essere stato un incidente – assicura lo sventurato proprietario -. Al mio arrivo ho trovato due buchi nel vetro, uno a destra e uno a sinistra».

L’intenzione sembra essere stata proprio quella di danneggiare l’auto. «Non hanno rubato nulla. Un vero e proprio sfregio».

E chi non è mai stato almeno una volta a Ponte Tresa a fare la spesa?

Così, come non capire chi, tornando alla propria auto, dopo averla posteggiata non importa dove, la ritrova rigata o peggio con un vetro rotto La cosa non fa certo piacere, ma al netto delle disgrazie che la vita ci può riservare, questa non è esattamente una di quelle che fanno o dovrebbero fare notizia. C’è di ben peggio e, in fondo, può anche capitare. Di deficienti in giro se ne trovano davvero un po’ ovunque.

Metti poi che magari si è posteggiato a poca distanza da un capannone in cui si festeggia il carnevale o una sagra di paese dove, proprio con la scusa sempre buona della festa, l’alcol scorre a fiumi ed ecco che il povero idiota, con qualche birra di troppo in corpo, si lascia andare. Si sente legittimato a farlo e, in due secondi netti, si guadagna la medaglia di vandalo.

Già, perché di malumori repressi e di aggressività pronta a esplodere come una bombola di gas, là fuori ce n’è da vendere. Più di quella che ognuno di noi si può immaginare. E talvolta basta davvero un niente a farla esplodere. Il colore della pelle, un accento, un mezzo sorriso beffardo, un’increspatura di sopracciglio o addirittura la targa sbagliata. Esatto. Quel marchio a fuoco che di ogni auto ti dice a quale tribù appartiene il proprietario. Sempre che abbia un senso fare distinzione tra targhe. Tra ticinesi, grigionesi, comaschi o varesini. Senza contare il resto dell’universo mondo.

Eppure sembra davvero che oggi come mai prima d’ora ciò che conta davvero è la tribù d’appartenenza. Salvini insegna. Ma prima di lui il Nano. Perché una sola tribù conta ed è giusta. Quella a cui appartieni tu. Le altre sono tutte ostili. Nemiche. Composte da selvaggi senz’arte né parte. Con le altre, l’unico approccio possibile è la guerra. Lo si legge perfino tra le righe dell’articolo di Tio, un manifesto del dividi e impera, dove il povero pizzaiolo si lamenta dicendo: “Ci siamo recati in due caserme differenti. Ma i Carabinieri non hanno potuto raccogliere le nostre dichiarazioni in quanto era assente l’ufficiale, in entrambe i casi impegnato nei seggi elettorali.”

Barbari con costumi diversi dai nostri. Capaci solo di far saltare per aria bancomat, di rigare auto o sfregiarne i vetri. Difficilmente capaci di assicurare il colpevole o i colpevoli alla giustizia. Questa è esattamente la tentazione a cui non siamo più in grado di resistere. Generalizzando, semplificando, banalizzando o dovendo per forza fare di ogni erba un fascio. Col mal di pancia di fronte a ogni targa diversa dalla propria. Pronti alla bestemmia o all’insulto per chi s’aggira al di fuori del proprio territorio. Facendo di “casa nostra” non proprio un bel posto da ricordare per chi viene da fuori. Al di qua come al di là di un confine, di una trincea tra due tribù che si odiano. Sempre pronte a farsi lo scalpo a vicenda.

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