Il corpo non è un campo di battaglia

La guerra è anche una questione di stupro

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Nella notte di martedì 23 aprile, la commissione ONU ha approvato la mozione contro gli stupri di guerra. La decisione arriva dopo una lunga e dura trattativa che vedeva contrapposti USA, che minacciavano di porre il veto, e il resto degli Stati membri. Un passo avanti nel tentativo di debellare le violenze sessuali perpetrate durante i conflitti armati, eppure lascia comunque con l’amaro in bocca. Perché la risoluzione finale è stata snellita di alcune sue parti importanti. Perché c’è molto da fare e noi abbiamo appena iniziato.

La risoluzione nr.2467

All’incontro che segna l’undicesimo anniversario dell’adozione della mozione nr. 1820, nella quale ufficialmente si riconosceva l’uso dello stupro come arma di guerra, il Consiglio di Sicurezza ha accolto la risoluzione nr. 2467. Il nuovo testo impone sanzioni mirate contro tutti coloro che, in un contesto bellico, appoggiano oppure si servono della violenza sessuale per recare danno a un determinato gruppo di persone; assicurando inoltre una maggiore protezione alle vittime, facendo sì che le loro voci -o meglio- le loro grida non rimangano inascoltate, oppure oppresse dai grugniti di una società ancora foraggiata da ideali maschilisti e guerrafondai.

La risoluzione ONU, presentata dalla Germania (presidente a rotazione delle 15 nazioni partecipanti) ha subito, nel corso delle trattative diverse modifiche, inerenti alla “salute sessuale e riproduttiva” e al monitoraggio di tali pratiche aberranti.

3 grandi potenze contro la mozione che condanna gli stupri di guerra

La seduta si è conclusa con 13 voti favorevoli e 2 astenuti, Russia e Cina. Se c’è poco da stupirsi di fronte alla non partecipazione di quest’ultimi, da sempre poco sensibili ai diritti civili, ha invece fatto molto scalpore l’atteggiamento bipolare degli Stati Uniti, terra di spaccio di libertà e democrazia, che per ben due occasioni si sono opposti alla mozione, arrivando addirittura a minacciare di porre il veto.

Nel testo originale, infatti, vi era un capoverso dedicato alla sopracitata “salute sessuale e riproduttiva” delle donne, in cui si elencavano le varie forme di assistenza che le Nazioni Unite potevano offrire, fra cui compariva anche il diritto all’aborto per le vittime di stupro rimaste incinta. A Washington tale riferimento non è andato giù e così, fra minacce e pressioni varie, la Commissione ONU ha dovuto cedere alla linea anti-abortista dell’amministrazione Trump, eliminando il passaggio incriminato. Il presidente americano si è opposto anche all’utilizzo di parole come “genere” e “violenza di genere”, considerate – suo modo di vedere – una copertura per la promozione dei diritti dei transgender…

Oltre a questo, la risoluzione è stata privata di un altro elemento chiave, che prevedeva l’introduzione di un corpo speciale Onu, con lo scopo di monitorare e segnalare tali crimini perché sempre gli Usa, insieme a Cina e Russia, si erano opposti fermamente.

Lo stupro come arma di guerra

Lo stupro come arma di guerra. Il prolungamento innaturale della canna di un fucile o di una lama tagliente che, pur non crivellandoti di piombo e di tagli fuori, ti uccide dentro. Lo stupro in guerra non è più l’impulso irrefrenabile di un uomo che non vale niente di possedere una donna che vale molto, ma si trasforma in una vera e propria strategia che serve ad affermare la propria egemonia verso il nemico, che deve essere umiliato, conquistato, distrutto dal suo interno.

In tutte le guerre consumate in secoli di Storia non ve n’è una in cui non vi sono state commesse violenze sessuali a discapito di donne, uomini e bambini. Anzi, guerra e stupro sono parole semantiche, talmente associate fra loro da divenire oggetto di una tolleranza “naturale”. Se in un conflitto il tuo destino e in bilico fra la vita e la morte, è “naturale” e “accettabile” che tu possa perdere la tua casa, la tua famiglia, i tuoi diritti, il tuo popolo, il tuo corpo. Perché la guerra è come un gioco con regole ben precise, come una partita a scacchi, dove tutti noi siamo semplici pedine sacrificabili.

Dai romani e greci, che fra una conquista e l’altra organizzavano stupri ai danni della popolazione sconfitta (sia essa femminile che maschile) e che consideravano la violenza carnale femminile come “un comportamento socialmente accettabile nelle regole di guerra”, ai vichinghi che acquistarono la reputazione di “stupratori e saccheggiatori”.

Dalle donne ebrei umiliate per le strade e utilizzate nei campi di concentramento come oggetti di svago per i soldati tedeschi, alle confort women, circa 200’000 donne filippine, coreane e giapponesi costrette a prostituirsi nei bordelli militari giapponesi per aver salva la vita, alle torture inflitte durante il periodo coloniale fascista contro la popolazione libica, in cui i superstiti raccontarono di come le giovani donne venivano sodomizzate con fucili e candele di sego.

Per non parlare poi dello stupro sistematico organizzato durante la guerra nella Ex Jugoslavia, dove si stima che fra le 20 000 e le 50 000 donne furono barbaramente stuprate dall’esercito serbo-bosniaco. Donne e ragazzine subivano la violenza del branco, fra le mura delle proprie abitazioni distrutte, per strada oppure davanti ai propri famigliari. Le violenze carnali furono consumate in modi differenti, con armi e manganelli, con sassi e bottiglie rotte. Ma tutto questo dolore non bastava. Generali ed ufficiali ordinarono la costruzione dei “campi di stupro”, veri e propri campi di concentramento dove vennero ammassate centinaia di donne croate e bosniacche, sfruttate come incubatrici viventi per il concepimento di una nuova prole “serba”. I campi dello stupro non vennero risparmiati nemmeno agli uomini, dove si stima che l’80% dei detenuti sia stato seviziato sessualmente. Al termine del conflitto, grazie alle coraggiose testimonianze delle vittime, verrà coniato un nuovo termine, “stupro etnico” la violenza sessuale perpetrata per eliminare un popolo.

Così come avvenne anche in Ruanda, dove oltre allo stupro etnico venne messo in atto una vera e propria propaganda che incitava la popolazione maschile e le milizie Hutu a violentare le donne Tutsi, colpevoli di essere nate in una tribù differente. Per mesi frasi come “Voi donne Tutsi pensate di essere troppo belle per noi” e “Lasciateci vedere cosa piace alla donna Tutsi” vennero esposte su fumetti, volantini e quotidiani, sia prima che durante tutto il conflitto. Questa propaganda e “naturalizzazione” dello stupro, portarono a violenze e umiliazioni su 500 000 donne e ragazze ruandesi.

La violenza carnale ci accompagna persino oggi, basti pensare all’Africa occidentale, dove le truppe terroriste di Boko Haram incessantemente rapiscono ragazze nei villaggi, oppure alle donne yazide, brutalmente schiavizzate e vendute come souvenir sessuali dall’ ISIS.

La vita delle vittime dopo la guerra

Questi sono i fatti puri e crudi di quello che succede durante un conflitto, ma quando esso termina cosa ne rimane?

Per le vittime di stupro il dopo molto spesso è molto più pesante, poiché finita la guerra si ritrovano a convivere con un dolore interiore, ferite nascoste dalla convalescenza lunga. Possono ricostruirsi una casa, ritrovare un lavoro, riprendersi la propria vita ma non possono fingere che dentro qualcosa non sia rotto. Il senso di sporco rimane anche dopo cento lavaggi d’acqua cristallina.

Molte dopo la guerra si sono lasciate cadere nel turbine della depressione. Molte dopo si sono tolte la vita per colpa della vergogna. Molte non sono più riuscite a fare l’amore, chi per sfiducia verso gli uomini, chi per questioni fisiche. Molte sono state emarginate. Molte sono state cacciate di casa. Molte hanno scoperto di essere infettate dall’HIV o altre malattie veneree. Molte hanno partorito. Molte hanno, con la complicità dei propri parenti, ucciso i figli frutto di violenza. Molte hanno abbandonato il proprio figlio. Molte hanno tenuto il proprio bambino, ma quel bambino, oggigiorno, in molti Paesi del mondo, non ha nessun diritto garantito.

Molte.

Troppe.

Eppure in questa società, così miope e democratica solo a parole, sembra non importare.

https://undocs.org/S/RES/2467(2019)

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