Il gesto potente del vescovo

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E luce fu. Parafrasiamo il vecchio testamento per commentare il gesto dell’elemosiniere di Papa Bergoglio, un ex elettricista, che ieri si è calato in un tombino per ridare la luce a un palazzo occupato abusivamente da poveracci cui il Comune aveva tagliato l’erogazione d’energia.

Questo gesto ha un valore più grande di quello che sembra. Perché il palazzo sta in via Santa Croce di Gerusalemme, a Roma, e ha dunque un forte valore simbolico. Perché lì ci abitano (abusivamente) 450 disperati, famiglie povere, gente che non ha nulla. Perché su 450 persone, un centinaio sono bambini e perché Papa Bergoglio fa finalmente quello che i veri cristiani si aspettano da un Papa.

Tutto questo sta portando dei cambiamenti forti non solo in Vaticano, ma nella struttura sociale. Chi s’illude che la Chiesa non faccia politica è un ingenuo. La Chiesa è politica e lo è sempre stata, sia quando appoggiava i fascisti di Franco in spagna o di Pinochet in Cile, sia quando, nelle sue frange più a sinistra, faceva sentire la sua voce potente attraverso presuli come Oscar Romero, ucciso dagli squadroni della morte.

Romero diceva: “Un vescovo potrà morire, ma la Chiesa di Dio, che è il popolo, non perirà mai”. Queste parole hanno senso quando pensiamo a quella che è la vera Chiesa, di pace e carità, di presenza tra i poveri e condivisione. Quella Chiesa che ci hanno insegnato a catechismo, con le gesta di quel Gesù, che nell’era digitale ha perso molto del suo smalto.

Qusta è la chiesa del vescovo Konrad Krawjewski, che nei giorni scorsi aveva portato un furgoncino di regali ai bambini dei casermoni occupati e che ieri, appunto, ha violato la legge ripristinando l’elettricità agli stabili occupati, che da giorni erano senza energia e acqua calda. E non pensiate che Krawjewski, per buono che sia, non si sia consultato col suo diretto superiore, visto che appunto, lui è l’elemosiniere di Papa Bergoglio.

Il segnale è forte e chiaro a tutta la società, e lo hanno percepito anche i politici più opportunisti, come Di Maio:

“ Oggi (ieri NdR) un gruppetto di provocatori ha offeso Papa Francesco. Leggo che sono di Forza Nuova. Il punto non è chi sono, forza nuova o forza vecchia a me non interessa. Il punto è: come si fa ad attaccare Papa Francesco? Con quale coraggio? 
Questo Pontefice sta portando avanti una rivoluzione culturale e sociale incredibile, restituendo speranza non solo all’Italia, ma al mondo intero. Un Pontefice che parla alla gente, che si misura con le loro difficoltà. Che chiede, con sincerità e trasparenza, di rimettere la persona al centro. 
Non ho parole. Non c’è limite alla vergogna. 
La mia vicinanza, non solo a Papa Bergoglio, ma a tutti coloro che al suo fianco si impegnano per un futuro migliore. E più umano.”

Scrive Di Maio, che astutamente, e venendo premiato dai sondaggi, si distacca nettamente dalla narrazione cattivista salviniana. Però di Maio ha dannatamente ragione. Mai un Papa, perlomeno negli ultimi secoli, è stato così coraggioso e soprattutto umile, riportando il cristianesimo ai suoi valori base.

Krajewsky e Bergoglio hanno fatto qualcosa di impensabile. Hanno usato gli stessi metodi alviniani. Hanno violato la legge coscienti di farlo, per riaffermare il primato di un’idea. Un’idea che non è di morte e chiusura, ma di pace e di apertura. In un mondo dove le regole non valgono più, Bergoglio ha capito da astuto gesuita che bisogna cambiare registro. A parole forti, si contrappongono dialoghi forti, a gesti distruttivi, vanno contrapposti gesti eclatanti e creativi.

Ridare luce non è solo una questione di elettricità, ma di anima e speranza, una metafora comunicativa eccezionale per Bergoglio e per quella fetta di Chiesa che si riconosce in quei valori genuini. La Chiesa torna così alla genesi, all’inizio: “ Dio disse “Sia luce”. E luce fu. Dio vide che la luce era buona, e Dio separò la luce dalle tenebre”.

Molto più di una semplice metafora.

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