Il nero che sconfiggerà Casapound

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Un fantasma in carne e ossa s’aggira per l’Europa. È l’uomo nero. Utilizzato come capro espiatorio dei nostri mali e, assieme a molti altri, come nutrimento al rigurgito nazifascista. Ma proprio quest’uomo, sovente impiegato assieme agli altri lavoratori-schiavi in condizioni di stipendio e di alloggio miserabili, ha un alter-ego in tutti i sensi, un suo insospettabile “doppio” che fa strame dei pregiudizi razziali e ne fa emergere le contraddizioni. È il celebrato e ricchissimo campione dello sport, l’asso del basket e del football americano e, dalle nostre e altre parti, citando (per i diversamente giovani) Pelé e Garrincha, il calciatore.

Nelle due finali europee, nei ranghi del Liverpool, del Tottenham, dell’Arsenal e del Chelsea, i calciatori di origine africana, discendenti degli schiavi adoperati nella raccolta del cotone e della canna da zucchero, saranno almeno una decina. Attorno al 15% di chi scende in campo. E a parte qualche infima eccezione nessun “hu-hu” scimmiesco è echeggiato sugli spalti. Nessun razzismo. Solo neri, bianchi, asiatici – sporchi e sudati – che si abbracciano, a stretto contatto di pelle per celebrare una rete. Cristiani che si rivolgono pubblicamente a Dio alzando le dita, islamici, l’ex basilese Salah in primis, pronti a ringraziare Allah. E pazienza se la loro infantile presunzione li porta a credere che il Signore in quel momento non abbia altro da fare che assistere alla partita.
 

Ma torniamo al paese di Casapound, nome che deriva dal grande poeta Ezra Pound che, come Gabriele D’Annunzio, conferma un osceno mistero: si può essere poeti e assolutamente cretini, ossia ammiratori di Mussolini. Casapound controlla un gruppo “ultras” della Lazio. Di recente in piazza Loreto ha celebrato il Duce, e allo stadio ha insultato i giocatori neri del Milan, Kessie e Bakayoko. Ma non tocca, o non toccava Wallace, Lukaku e Caicedo, i neri della Lazio. I “nostri”! Quelli che fanno vincere la squadra scelta dai fascisti per celebrare la loro ideologia razzista, e di conseguenza cambiano statuto: sono neri, ma non da disprezzare per la razza, perché secondo la loro aberrante logica, portano al trionfo la squadra del cuore.

Esattamente come in Etiopia, gli Ascari, le truppe coloniali italiane abissine, sciagurati fiancheggiatori dei criminali fascisti, erano dei “loro”. Ma c’è dell’altro: avendo Dio creato la femme, non poteva non creare una femme nera, che non poteva a sua volta essere priva del fascino dell’eterno femminino, destinato a far emergere un’altra contraddizione nelle teorie razziste. Quanti simpatizzanti fascisti hanno perso la trebisonda per la sinuosa giamaicana Merlene Ottey? Molti, compreso lo sprinter romano Tilli, suo ex compagno, al quale abbiamo sempre posto solo domande di natura tecnica, escludendo insidiosi quesiti politici o familiari.

Fatto sta che Merlene ha deciso di abbandonare “Roma caput Mundi” accennando, molto diplomaticamente, a non meglio specificati “conflitti di natura culturale e sociale”. Gli antirazzisti, anche interisti, di questi tempi, fanno un tifo feroce per lo juventino Kean e per le ragazze della pallavolo: oltre che nere, meglio ancora (come nel caso della più brava, la Egonu), se lesbiche e se cantano a squarciagola l’inno di Mameli. Tanto per casser le couilles a quelli di Casapound. Metaforicamente, s’intende. Noi si picchia solo a parole.

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