Il tempo del coraggio

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Un bellissimo editoriale di Repubblica sancisce il passaggio del giornale fondato da Scalfari a modifiche strutturali e di linguaggio. Repubblica prende seriamente il suo ruolo di sentinella della democrazia. L’editoriale del nuovo direttore Carlo Verdelli merita di essere letto, anche solo perché i suoi concetti sono quelli in cui ci riconosciamo anche noi. Condividiamo perciò il pensiero di un collega molto più blasonato di noi, ma animato dallo stesso fervore che chiede a gran voce verità e arresto della barbarie. Un grido di civiltà più che un editoriale.

Verdelli termina con una frase che smuove coscienze e cuori: “In questo giornale, abbiamo già deciso: alzeremo la voce. E, se del caso, grideremo.” Tutti noi grideremo, in tutta Europa, perché l’onda nera ci colpisce tutti. Basta dormire, basta ignorare e sopportare. L’ora delle grida è arrivata.

“Un giornale è un essere vivente, come le persone, le piante, i fiori. Cresce, cambia, si adatta all’ambiente. E se l’ambiente diventa ostile, se il clima si fa tossico, se saltano le soglie del minimo comune denominatore di convivenza civile, allora deve inventarsi delle contromisure per reagire. La nuova Repubblicache avete in mano oggi, o che sfoglierete nella versione digitale, non è tanto un’alchimia editoriale, un cambio di grafica, uno spostamento di pagine o inserti. È la risposta a un vento forte che si è alzato, non solo in Italia, in direzione ostinata e contraria ai principi fondanti e condivisi della nostra comunità. E per rispondere a questo vento, per farci sentire nel frastuono che sta stordendo il nostro presente, abbiamo pensato di alzare la voce, come il fondatore Eugenio Scalfari ci ha insegnato a fare 43 anni fa. Una lezione raccolta per tutta la grande stagione di Ezio Mauro e, nel penultimo tratto, da quella di Mario Calabresi.

Alzare la voce non significa rinunciare a un grammo dell’autorevolezza e del rigore che hanno caratterizzato la nostra storia. Vuol dire però coniugare l’imparzialità nel raccontare con il coraggio di denunciare quello che ci sembra intollerabile. Vuol dire parlare chiaro e dichiarare apertamente, ogni volta, qual è il nostro pensiero, renderci tracciabili nella mappa intricata dell’informazione di oggi, essere il più possibile trasparenti. Criticabili, contestabili fin che si vuole, ma trasparenti.

Repubblica è per tradizione il quotidiano della democrazia, che offre ai cittadini chiavi di lettura sulla convenienza di questo sistema. La stagione che stiamo vivendo ci impone non un cambio di natura ma un cambio di passo, tenuto conto che è l’idea stessa di democrazia a venire messa in discussione da forze politiche e gruppi ai confini della legalità, e spesso oltre quei confini, che basano il loro crescente consenso, in Europa ma non solo, su slogan e pratiche che di democratico hanno assai poco. Rivelarne il disegno, denunciarlo, ostacolarlo è un compito che riguarda anche il giornalismo. Di fronte al riemergere, forse imprevisto ma di certo non marginale, di pulsioni che partono dal populismo per arrivare a forme variabili di autoritarismo, davanti a cortei più o meno autorizzati che sventolano bandiere nere e simboli propri di fascismo e nazismo, di fronte a minacce sempre più concrete e spudorate a persone che intralciano il nuovo-vecchio corso, per chiunque trovi tutto questo un pericolo che sarebbe un errore sottovalutare, è il tempo di uscire dall’astensione, dal prendere cautamente le distanze, dalla litania dei distinguo. Questo è il tempo del coraggio.

C’è la propaganda. E poi c’è l’informazione, che è cosa seria e diversa. La propaganda racconta un Paese che ha finalmente riscoperto antichi valori, come il grembiule a scuola, la difesa del cortile di casa dagli estranei, specie se neri o marroni o diversamente bianchi, l’orgoglio di farsi rispettare da quelli che vorrebbero imporci il rispetto di regole inventate a nostro sfavore, l’insofferenza verso la storia, non a caso espulsa dalle materie della maturità per poterla più agevolmente cancellare o riscrivere a piacimento.

Uno degli effetti più insidiosi della propaganda è il mutamento della percezione delle cose. La magia è quella di sostituire i bisogni reali (più lavoro, meno povertà) con allarmi sociali (immigrazione impetuosa, città minacciose) che si trasformano rapidamente in fobie collettive, che a loro volta scatenano, per reazione, ondate d’odio, di violenza verbale e anche fisica, proprio contro quei fantasmi che la propaganda ha creato ad arte e contro i quali combattiamo come tanti donchisciotte atterriti dalle pale di un mulino, scambiato per mortal nemico.

Il risultato di questa semina, cominciata sottotraccia un paio d’anni fa ed esplosa con i risultati angoscianti che segnano ormai puntuali il calendario delle nostre giornate, è un Paese dai tratti irriconoscibili, ammalato di rancore. Un Paese spaccato in due, come il governo in fase terminale che lo guida, dove va in scena ininterrottamente un crescendo di episodi inimmaginabili fino all’altro ieri. Lo striscione contro Papa Bergoglio, esibito dai neofascisti dichiarati di Forza Nuova nel centro di Roma, è una prima volta che lascia sgomenti. E così un’infinità di storie, solo in apparenza minori, che si fatica parecchio a inserire nella nostra di Storia, quella di un Paese rinato sulle fondamenta di una Costituzione basata sull’uguaglianza dei diritti e dei doveri, e sul più universale dei principi: l’umanità.

Greta Nnachi, ragazzina di 14 anni nata a Torino da genitori nigeriani, vola a 3 metri e 70 nel salto con l’asta, record italiano di cui però non potrà fregiarsi perché non ha ancora la cittadinanza. Come non l’hanno avuta, nonostante le vaghe promesse, Ramy (origine egiziana) e Adam (origine marocchina), i piccoli eroi che hanno salvato i compagni nell’autobus in fiamme a San Donato, né l’avranno un milione di bambini, figli di stranieri ma partoriti e cresciuti a casa nostra.

La propaganda sta vincendo, forse ha già vinto. I migranti irregolari sono meno di 400mila, ma vengono ormai vissuti come la foresta del Macbeth, che avanza fosca e inarrestabile a oscurarci il cuore e la ragione. Avanza a portarci via quel che è nostro, come del resto promette di fare l’arrogante Europa, che un vasto esercito di ultradestra si prepara a combattere alle elezioni ormai imminenti. Andranno a Bruxelles e l’apriranno, promessa già sentita, come una scatoletta di tonno. Perché è colpa di un complotto internazionale se oscilliamo tra recessione e stagnazione, e anche se tra tutti i Paesi dell’Unione siamo gli ultimi come stima di crescita (0,1 per cento, contro il 5,5 di Malta e l’1,2 di media dell’area euro) e con un debito schizzato al 133 per cento del Pil. Per tacere dei poveri: 5 milioni a zero introiti, più altri 9 in condizione di precarietà estrema, con entrambi gli indici in salita a divorarsi pezzo a pezzo quella che una volta era la classe media. L’«anno bellissimo», incautamente promesso dal premier Giuseppe Conte, si sta rivelando, se appena cala la maschera della propaganda, una Caporetto economica e pure morale.

C’è la propaganda, e poi c’è l’informazione, il campo dove gioca e giocherà Repubblica. Un anno fa, in piazza San Pietro, Papa Francesco si è rivolto ai giovani con queste parole: «Sta a voi non restare zitti. Se gli altri tacciono, se noi anziani e responsabili, tante volte corrotti, stiamo zitti, se il mondo tace e perde la gioia, vi domando: voi griderete? Per favore, per favore, decidetevi prima che gridino le pietre». In questo giornale, abbiamo già deciso: alzeremo la voce. E, se del caso, grideremo.

Ps. Stanotte, chiudendo questa edizione, ci è mancato più del solito il vicedirettore Angelo Aquaro, che prima di arrendersi al male aveva messo i suoi mattoni alla costruzione della nuova Repubblica. Ma è come se fosse qui a sfogliarla in redazione e con voi lettori.”

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