Kering affonda e i topi scappano

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Un po’ monta il nervoso per la fuga di Kering-Gucci-Luxury Good ( non si sa mai come chiamarli!). Soprattutto quando senti Christian Vitta dire che in fondo un po’ se lo aspettavano, che sì, insomma, le avvisaglie c’erano.

Verrebbe voglia di vedere qualche giornalista che chiede conto a Vitta del suo operato passato e presente, quando era sindaco e Gucci si era insediata nel suo Comune, Comune che ora si trova con un pugno di mosche e un capannone brianzolo tra i maroni. Un caseggiato che fa sembrare lo Zen di Palermo un parco di divertimenti. Ma questo ipotetico giornalista dovrebbe anche chiedergli conto delle attuali politiche come ministro delle finanze, coi continui sgravi a quelle aziende che poi ci prendono per il sedere. Scrivevamo ieri, giusto per rinfrescare la memoria:

“ (…) È utile forse ricordare, che il buco perenne nelle finanze degli anni scorsi era proprio figlio di quelle politiche masoniane di sgravi a pioggia alle aziende, sgravi portati avanti con crudele ostinazione dalla stessa Masoni quando era consigliera di Stato. E anche il crollo di Kering è soltanto l’esempio di cosa succede se quelle politiche, come sta facendo Christian Vitta da anni, si mantengono in quel solco assurdo. Sgravi continui, aziende che portano milioni di gettito frodando il fisco nel Paese d’origine, che creano posti di lavoro quasi interamente tra frontalieri, strutture slegate dal territorio, che non creano nessuna sinergia né beneficio per il tessuto economico locale. (…)” (leggi l’articolo completo qui)

E Vitta fa il finto tonto, continua a chiacchierare pacato coi suoi occhialini da nerd e la vocina da pettirosso. Una fisicità che ci inganna e non ci fa rendere conto che le sue politiche viaggiano come barchette di carta nel canale di scolo del liberismo più sfrenato.

Disarmante è anche l’intervista alla Regione Ticino di Marco Bernasconi, esperto di fiscalità e già direttore della divisione contribuzioni.

Bernasconi ci racconta delle ovvietà che fanno ancora più innervosire, ovvietà che erano sotto gli occhi di tutti e che erano state denunciate da sinistra e sindacati. Leggiamo dall’articolo de La Regione Ticino:

“C’è una tendenza da parte delle società a statuto speciale a lasciare il cantone per tornare nei loro Paesi di provenienza. Fino a qualche anno fa si pensava che il motivo della partenza poteva essere le aliquote molte alte del Ticino rispetto ad altri cantoni. Ma adesso si assiste a delle uscite non verso altri cantoni, ma verso l’estero. (…)Non c’è molto che si possa fare per evitare queste partenze”.

Chiaro e ridicolo al contempo. Detto paro paro, Kering e gli altri erano qui solo perché pagavano meno tasse. Dal momento che i Paesi d’origine rivogliono indietro i soldi sono cavoli amari. E allora non ha più senso rimanere in Ticino, anche perché all’estero la manodopera costa meno. Semplice e demenziale. Lapidario Bernasconi: “Non c’è molto che si possa fare per evitare queste partenze”. Eh no. Perché come dicevamo, se la tua politica miope insiste nell’avvantaggiarsi di trucchetti che favoriscono l’evasione fiscale, non è un’economia che costruisce sul lungo termine.

È come giocare al casinò, vinci un milione oggi, sei tutto felice, ricominci a giocare e in men che non si dica ti ritrovi con le pezze al sedere. Vi chiedo, ma è davvero questa la politica economica che vogliamo per il nostro cantone? Quante scoppole dobbiamo prenderci per capirla?

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