La pagella di Uber

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L’8 maggio, in numerose città inglesi a cui poi si sono unite molte altre città americane, è stato lanciato uno sciopero da parte dei conducenti di Uber (oltre che di altri servizi simili come, per esempio, Lyft).

Per chi di voi non li conoscesse, ecco una breve introduzione che proverà a spiegarvi cosa sono e come funzionano.

Avete presente quando durante la Guerra fredda venne detto a tutti che se il comunismo avesse trionfato, avremmo dovuto condividere case, auto, spazzolini e tutto quanto? Bene. Uber è figlia di quella gig economy che, ironicamente, sta portando moltissime persone a sostenersi parzialmente o totalmente “condividendo” i propri averi. Così come AirBnB sostanzialmente ci permette di condividere una casa o un appartamento che non utilizziamo, Uber è un’applicazione per telefonino che ci permette di condividere i posti auto che non utilizziamo.

Un utente può iscriversi all’app, e in qualsiasi momento “richiedere” un passaggio in auto da un posto a un altro, segnalandolo su una mappa. La richiesta viene inoltrata all’altro lato di Uber, quello in sciopero, ovvero ai guidatori che visioneranno la richiesta e la accoglieranno, se possibile. L’applicazione si occupa di gestire il pagamento e quant’altro.

Fin qui, la situazione sembra vantaggiosa per tutti, ma ci sarà pure una ragione se numerose personalità politiche stanno cercando di metterci in guardia da questi esercizi di gig economy, la cosiddetta “economia dei lavoretti”.

I conducenti di Uber è gente di tutti i giorni, studenti o lavoratori poco o per nulla qualificati che sfruttano l’applicazione per guadagnare qualcosa in più o, in molti casi, anche per lavorarvi a tempo pieno. I problemi insorgono quando si analizza la situazione di un impiegato a tempo pieno in un sistema che si basa fondamentalmente su libere transazioni tra utenti.

Ad esempio, il management di Uber assegna ai suoi impiegati (Uber provò a vincere una causa legale per poterli definire legalmente “collaboratori”, così da non dover pagare loro ferie e salario minimo) una commissione del 25%, su corse dal prezzo già fortemente scontato (Uber attirò le ire dei tassisti in molte città per questa ragione), commissione che i manifestanti vorrebbero vedere abbassata al 15%.

Un’altra problematica di Uber è il sistema di valutazione bilaterale passeggero-conducente che l’app richiede. Dopo ogni corsa, le due parti si assegnano reciprocamente una valutazione da uno a cinque stelle. Passeggeri con meno di 3 stelle di media vedono le proprie richieste venir respinte, e fin qui nessun problema.

Il problema sopraggiunge quando si pensa ai conducenti. Una valutazione media inferiore a 4.2 significa che il conducente verrà chiamato a colloquio e, molto probabilmente, licenziato. Una valutazione così leggera e semplicistica da parte di passeggeri in molti casi inebriati dall’alcool mette i conducenti, soprattutto quelli costretti a vivere di Uber, in una situazione fortemente precaria. Senza contare che molti conducenti riportano di aver ricevuto valutazioni basse per via di fattori come la propria etnia, il modello dell’auto, o semplicemente per aver chiesto di non sporcare gli interni della vettura.

Insomma, una delle compagnie dalla crescita più rapida nella storia umana (dalla nascita nel 2009, ci si aspetta un valore di oltre 100 miliardi di dollari entro quest’anno) affida le sorti di intere famiglie a una valutazione da 1 a 5, spesso fatta a cuor leggero. Il tutto mentre incassa grasse commissioni sul lavoro altrui e uccide il business dei tassisti in varie città del mondo. Un potere economico e sociale enorme, gestito con altrettanto enorme leggerezza e poca trasparenza. È questo ciò contro cui protestano numerosi conducenti anglofoni, per l’occasione alleatisi con le unioni di tassisti di varie città. Protestano affinché in questa era di liberismo sfrenato, in cui letteralmente ogni oncia del nostro tempo può essere quantificata e monetizzata, venga mantenuto un barlume non di eticità, ma quantomeno di giustizia

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