Le mani della rivoluzione per la terra

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Non so quanti si ricordano di Anthony Quinn. Volti famosissimi del cinema hollywoodiano e internazionale degli anni ’50, oggi per molti appartengono al passato, si perdono nella polvere del tempo sgretolandosi come statue di calcare.

Quinn, con la sua faccia rude e mediterranea, fu icona di quegli anni, lavorando con i più grandi registi da Federico Fellini a Elia Kazan, da Vincent Minelli a Spike Lee.

Quinn aveva un nome più umile: Antonio Rodolfo Quinn-Oaxaca, di origine messicane, nato a Chihuahua in quella rivoluzione che è rimasta nei cuori di molti nonostante il passare del tempo, La rivoluzione di Emiliano Zapata, Pancho Villa e dell’esercito dei sombreros. Quinn, mezzo irlandese e mezzo maya attraversò i ‘60 e i ’70, vincendo due premi oscar e lasciando un segno potente, quasi una zampata nel cinema del dopoguerra.

Un gigante della settima arte, ne ha prodotto un altro, Lorenzo Quinn, suo figlio, artista presente oggi alla cinquantottesima biennale di Venezia. “Building bridges”, costruire ponti la sua opera, sei paia di mani svettanti al cielo, quindici metri d’altezza per venti di larghezza. Tra le opere più fotografate della biennale.

Quinn, nella città dei ponti, Venezia, costruisce ponti di mani, in un paese dove si vogliono erigere muri, manda il messaggio opposto, gigantesco e imponente, come le rovine romane di epoche passate.

Amore, amicizia fede. Tre gesti diversi che uniscono, mani che sfidano il cielo candide, immense, monumentali e affondano le radici nelle torbide acque del bacino dei cantieri navali dell’arsenale. Il cinquantaduenne Lorenzo, figlio d’arte e artista, lancia il suo monito ai leader politici del mondo, anche lui tra la schiera di coloro che vedono, che capiscono, che vogliono tornare indietro per poter procedere ancora:

“Dobbiamo unire le mani e fare qualcosa al riguardo. Riguarda il futuro dei nostri figli e delle generazioni future. Riguarda l’umanità.  Penso che siano le persone a cambiare le cose e i politici finiranno per ascoltare le persone (…) Venezia è la città dei ponti. È il luogo ideale per diffondere un messaggio di unità mondiale e pace in modo che molti di noi in tutto il mondo costruiscano ponti con gli altri piuttosto che con muri e barriere “.

Che sia Lorenzo, che sia Greta o noi, un cammino va intrapreso. Oggi, non domani, mettiamo le scarpe, avvolgiamo due carabattole in un fagotto e partiamo. Prendiamo adesso una strada diversa da quella distruttiva e devastante degli ultimi secoli, creiamo un mondo nuovo pieno di ponti, libero da veleni e dall’odio, intraprendiamo quel cammino evolutivo che l’uomo non è mai riuscito a imboccare, perché è cresciuto tecnologicamente ma, mentalmente, è rimasto un bambino feroce ed egoista.

Lo abbiamo cominciato a fare nel Rinascimento, ricordando che l’uomo è al centro di se stesso e che è importante. Lo abbiamo scordato nelle guerre dell’’800 e ‘900 e nel capitalismo selvaggio del dopoguerra. Possiamo rinascere da una rivoluzione, come Anthony più di 100 anni fa, una rivoluzione che stavolta non sarà fatta con le armi, ma con le persone e i loro pensieri. Ci riprenderemo la terra, come i campesinos messicani, ma lo faremo per amarla e rispettarla, finché morte non ci separi.

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