L’Eurovision a Tel Aviv: polvere di bombe e di stelle

Trionfano i Paesi Bassi all’Eurovision Song Contest grazie ad un talentuoso Duncan Laurence, che con la sua dolce ballata “Arcade”, conquista il cuore della giuria e del pubblico a casa. Seguono l’italiano Mahmood, che si aggiudica il secondo posto, e il nostro connazionale Luca Hänni, che sale al quarto. L’Eurovision 2019 a Tel Aviv sarà ricordato soprattutto per la sua polvere, polvere di bombe e di stelle.

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Ieri sera si è conclusa la 64esima edizione dell’Eurovision Song Contest, il festival canoro più seguito al mondo; tenutasi quest’anno a Tel Aviv, famosa città israeliana. Lo spettacolo si è svolto senza troppi intoppi. Durante le tre serate (due semifinali per decretare le 26 nazioni finaliste, e una finale) 41 cantanti e gruppi si sono sfidati, a colpi di falsetto e scenografie che spaziavano dal mozzafiato al terribilmente kitsch (l’aspetto che del resto ha da sempre contraddistinto il festival della musica europea).

Per non parlare poi dei messaggi di uguaglianza, pace ed amore espressi a più riprese, sia durante l’esecuzione delle canzoni che fra gli sketch dei presentatori. Abbiamo ascoltato canzoni dai messaggi potenti, come ad esempio “Roi” del francese Bilal Hassani, che parla della discriminazione e dell’accettazione di se stessi. Abbiamo sentito una mamma, Tamara Todveska, rappresentante della Macedonia del Nord, che attraverso la musica esprime il suo orgoglio e amore per la figlia. Abbiamo ascoltato l’emozionante messaggio lanciato dagli Shalva Band, gruppo composto da otto giovani con diverse disabilità, otto giovani usignoli. Per non parlare poi dell’esibizione della cantante australiana Kate Miller-Heidke che, volando – letteralmente – libera nell’universo sulle note del suo brano “Zero gravity”, ci ha fatto sognare.

Tuttavia affiorava in questo coro di voci una nota stonata, una contraddizione persistente e un continuo storcere di nasi.

Questo perché ci troviamo a Tel Aviv, a distanza di soli 74 chilometri c’è la striscia di Gaza, c’è la guerra. Però di questo non si deve e doveva parlare; e così Tel Aviv ha messo, tramite i portavoce della kermesse, a tacere tutti e tutto fin dalle prime battute “Da sempre alle conferenze stampa dell’Eurovision si parla principalmente di musica, a prescindere dal Paese ospitante. La politica deve rimanere fuori.” Fuori, lontano, il più lontano possibile, magari per essere più efficaci perché non rinchiudere tutte le granate e i morti in un armadio, chiuderlo a chiave e gettarlo via?

Un po’ come facciamo quando aspettiamo l’arrivo di un ospite a casa, ma abbiamo fretta, non possiamo pulire tutto e allora decidiamo di ammucchiare la polvere sotto al tappeto, così non si nota. Ma la polvere rimane, facciamo solo finta di non vederla.

Il pulviscolo rimane, anche facendo un semplice giro per la città, cosparsa di cartelloni della Polizia israeliana che recitano: “Voi siete qui per sognare, noi siamo qui per proteggervi.”

A 74 chilometri però non si sogna già più; anzi, non esiste neanche più una terra sul quale poterlo fare, dato che a Gaza non ci si può più arrivare. Lo dice pure Google maps “impossibile trovare un percorso”. Nessuna via, nessuna strada da percorrere in autobus o in macchina, nessun tempo stimato, nessun orario di partenza ed arrivo. La Palestina sembra essere stata inghiottita oppure esiliata agli antipodi del mondo. Nessuno in città ne ha parlato, nessuno ne ha pronunciato nemmeno il nome. Non si sono viste proteste tra le vie di Tel Aviv, che invece hanno preso luogo in altre parti del mondo. Nei giorni scorsi infatti molte celebrità, testate giornalistiche o semplici persone hanno chiesto a gran voce di boicottare la manifestazione. Fra questi troviamo Brian Eno, penna del Guardian, che nelle pagine del noto giornale ha dichiarato “un festival come Eurovision che incarna i valori di tolleranza, uguaglianza e apoliticità, non dovrebbe tenersi in un Paese “che pratica una sorta di apartheid” nei confronti del palestinesi.”; e Roger Waters, membro storico dei Pink Floyd, che si è rivolto direttamente a Madonna, ospite d’eccezione di sabato, chiedendole di non partecipare.

Ed è stata proprio quest’ultima a dare il colpo di coda che ha fatto volar via tutta la polvere da sotto il tappeto. La cantante di “Like a prayer” al termine dell’esibizione (parecchio stonata) del suo nuovo singolo “Future” ha deciso di mettere in scena un fuori programma. La strofa finale che chiude il brano recita “Non tutti arriveranno al futuro, non tutti hanno imparato dal passato”. Sul palco c’è una grande scala. Madonna insieme ai suoi ballerini si appresta a salirvi fino in cima. Fra questi ci sono anche due danzatori che sulla schiena portano le bandiere israeliane e palestinesi, si abbracciano, prima di lanciarsi nel vuoto con la cantante che, prima di farlo, urla “svegliatevi”.

Una presa di posizione tutto sommato ancora “tiepida” ma capace di far saltare il castello di carte degli organizzatori di Tel Aviv. Non si può organizzare un evento durante un conflitto e chiedere ai telespettatori, ai giornalisti e ai concorrenti stessi di far finta di nulla, perché l’Israele dell’Eurovision è lo stesso – da un punto di vista rappresentativo- che la settimana prima ha bombardato le case palestinesi. Non si può parlare di pace se prima non si mettono i puntini sulle i, e non la si può fare se non si prendono le distanze da chi non la vuole, anche se quel “chi” fa parte della nostra trincea.

Perché sennò tutte le parole sprecate a favore dei diritti non sono altro che perle buttate ai porci. Perdono di sostanza e credibilità, non valgono più niente.

L’Eurovision Song Contest rimane pur sempre un concorso canoro, una passerella di canzonette, è vero, ma proprio la musica è l’antidoto (così come l’arte e la cultura) più potente che l’uomo abbia per contrastare la violenta. È un linguaggio universale, è in grado di oltrepassare le frontiere ed unire i popoli.

La musica serve a costruire la pace, non di certo a nascondere il rumore assordante di una bomba che scoppi lì, in quel Paese pieno di polvere, di bombe e di stelle.

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