Lo scemo del villaggio

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Sono giorni che si parla del signor Antonio Stano, di anni 66. Disabile, tormentato per anni da branchi di ragazzotti fino a provocarne la morte. La notizia è abbastanza orribile perché non l’abbiate sentita quasi tutti.

Stano era un disabile mentale, quello che nell’impietoso gergo della società unpolitically correct chiameremmo lo scemo del villaggio. Ovunque ce n’è uno. Messo ai margini, preso in giro dai ragazzini, il matto del paese da tempo immemore è una figura presente, zimbello suo malgrado, tormentato dai normali e cinici. Alcuni sono più fortunati di altri, e le prese in giro sono bonarie e magari si instaura anche una certa forma di affetto.

Altri sono gli esseri più sfortunati dell’universo, soli, disperati, con nessuno che li ascolta, a vivere ogni giorno che passa come un tormento. Quei pochi momenti di svago per alcuni, un inferno per lo “scemo”.

Stano è morto, come sapete, in seguito ai tormenti. Era debilitato, non usciva più di casa nemmeno per mangiare. I ragazzotti entravano anche a casa sua per tormentarlo e picchiarlo, fino ad ucciderlo. Ci sono video bruttissimi di lui che strilla in strada e questi ragazzi che sghignazzano e lo prendono a calci e pugni, se non anche a bastonate. Lui urla: “ Polizia! Carabinieri!”

Nessuno viene.

Nessuno è mai venuto. I vicini, le persone, la polizia. Un solo esposto qualche settimana fa di una maestra ai servizi sociali. Esposto che non ha avuto nessun seguito. E Stano è morto. Adesso è in pace? No, è solo morto. Morto nel dolore e nell’angoscia.

Gli avvocati della difesa del gruppo di minorenni e dei due maggiorenni coinvolti, dice che i giovani sono “provati”, sono dispiaciuti. Qualche giorno fa hanno anche detto che vengono da famiglie a modo. Mica da suburre degradate dal crimine.

Sono provati. Queste due parole mi frullano in testa come vespe e irritano col loro freddo ronzio: “Provati”.

Anni di tormenti, cattiverie, crudeltà. Anni di vessazioni, in cui giovani annoiati, privi di un minimo senso dell’etica si sono divertiti, sono tornati a casa con mamma e papà, hanno fatto cena, giocato alla playstation, limonato con le fidanzate. Antonio invece stava trincerato a casa terrorizzato, distrutto, in attesa degli ennesimi calci alla porta, degli ennesimi insulti. È un’immagine insopportabile.

Io garantista, io che cerco di capire sempre, in questi giorni fatico a capire, sia lo stupro dei due ceffi di Casapound (leggi qui), e ancora di più la noia ignominiosa che ha portato questi maledetti a portare l’inferno in terra per il matto.

Alcuni di voi si ricorderanno il matto ne “La strada” di Fellini, uno dei film più commoventi del neorealismo italiano. Anche lì il matto viene ucciso da Zampanò, per gelosia, per crudeltà. Alla fine del film l’irsuto e forzuto Zampanò ha dei rimorsi. La cosa che terrorizza è se questi ragazzi “provati” li avranno, dei rimorsi, ma la paura è che saranno solo dei rimpianti, rimpianti per la cazzata che hanno fatto e che ha portato la giustizia nelle loro, di vite, interrompendo quel flusso da divertiti adolescenti annoiati. Quella giustizia che oggi sfonda prorompente le loro esistenze borghesi e da famiglie ammodo.

Antonio era innocente, a volte inconsapevole, tarato nella mente, non capiva magari l’odio. Ogni giorno, ogni sera si domandava: perché io? Perché non mi lasciano stare? Antonio è un urlo nelle teste dei suoi concittadini che ignoravano, che non si accorgevano. È un urlo che ci dice di stare attenti, con le antenne alzate, per evitare che frange di mostri nella nostra società non azzannino altre facili vittime. Sennò siamo mostri anche noi, nella nostra inettitudine, nel nostro voltare la faccia. Questa è la civica che dobbiamo insegnare ai giovani, quella dell’essere civis, cittadini, quella del popolo, non quella dei libri. Occuparsi della città, della gente, esserne responsabili. Perché essere vandali di vite è intollerabile. Perché un giorno il  matto potremmo essere noi.

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