Morte al lunapark, in troppi sull’Everest

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Undici morti in due settimane. È questo il macabro bilancio che si lega a una nota disciplina sportiva confrontata con il suo percorso più ambizioso. Di cosa stiamo parlando? Di alpinismo e dell’Everest. Una elettrizzante giostra sulla quale sono in molti a voler salire, decisamente troppi. Solo nell’ultima stagione primaverile, i permessi rilasciati per poter raggiungere il “tetto del mondo” sono stati ben 381. Ognuno dei quali ha fruttato al giostraio che gestisce la catena dell’Himalaya 11.000 dollari. Non vi resta che moltiplicarli per i partecipanti e vedrete come il business sia evidentemente uno di quelli ghiotti.

Un sovraffollamento, ma soprattutto una conta dei morti, che ha scatenato le polemiche. L’ultima vittima in ordine di tempo di cui si è avuto notizia ieri, Christopher John Kulish, è un alpinista statunitense sessantunenne morto lunedì durante la discesa dalla vetta sul versante nepalese. Stando a ciò che riferiscono le autorità locali, si sarebbe accasciato improvvisamente. Prima di lui, pochi giorni fa, altri due scalatori erano periti pure loro a causa di un malore nel corso dell’impresa. Un britannico e un irlandese, morti per la stanchezza e il freddo patiti, anche a causa delle interminabili code formatesi per arrivare in cima all’Everest. Sono stati l’ottava e la nona vittima in appena una settimana. Undici morti è, per ora, il macabro bilancio, probabilmente ancora parziale, di una stagione cominciata il 14 maggio scorso.

Perché per raggiungere gli ottomila metri, un’altitudine dove l’ossigeno è merce rara, bisogna innanzitutto avere un fisico d’acciaio, oltre che nervi saldissimi. Se a questo però ci aggiungete le code che costringono centinaia di alpinisti a trascorrere ore e ore di pausa, fermi al freddo e al gelo, prima di poter proseguire con la salita o la discesa, capite bene anche voi come l’obiettivo finale si faccia ancor più ingrato. Passino le ore di coda a Gardaland, prima di poter salire sul Blue Tornado o sulle montagne russe, ma qui, quello che abbiamo di fronte, è ben altro. Un macabro parco dei divertimenti dove i più sfortunati si trovano ad essere premiati con la morte. Costretti a bere dal più amaro dei calici.

Una follia che si spiega solo considerando come dietro a tutto ciò, anche in questo caso, ci siano ambizioni e profitto spinti all’eccesso. Un mix di per sé micidiale che, in più di un’occasione, non solo pensando alle innevate vette himalayane, ha seminato solo desolazione e rabbia. Per lasciare, alla fine, solo un’infinita e incolmabile tristezza. Quella di vedere trasformata la più emblematica delle sfide tra l’uomo e la natura, da un’avventura epica, da un’impresa quasi mistica, a una dozzinale attrazione da lunapark.

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