Moses, amico mio, non partite!

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Un docente alla CPT di Trevano, Luca Moscatelli, ci ha segnalato il testo di un suo allievo. Un testo scaturito da un dramma giornaliero che si svolge nel Mediterraneo. Un testo che dimostra quanto il mondo giovanile sia vivace, pieno di umanità e nasconda al suo interno delle perle rare. Ma lasciamo parlare Luca, che ci spiega le premesse di questo lavoro:

“ Nelle scorse settimane con i miei studenti abbiamo letto alcune testimonianze dell’inossidabile e ormai leggendario dott. Pietro Bartolo* di Lampedua. Sul valore della sua testimonianza e sulla drammaticità dei suoi racconti credo non si possa ormai più aggiungere altro… In quest’ottica, ho assegnato ai ragazzi un compito un po’ fuori dall’ordinario: ho chiesto di loro di inventarsi una corrispondenza epistolare sul tema della migrazione con un loro coetaneo dell’Africa subsahariana. In particolare, la o il giovane africana/o annunciavano la volontà di intraprendere un viaggio della speranza per raggiungere via deserto prima e per mare poi le coste dell’Italia. Obiettivo dell’esercizio, oltre ovviamente a quello linguistico, è stato quello di stimolare una riflessione profonda sul tema della migrazione attraverso il transfer, l’immedesimazione. I risultati sono andati molto oltre le aspettative e confermano, semmai ve ne fosse stato bisogno, che i giovani, diversamente dal mondo di certi adulti, dispongono ancora di una sana e profonda umanità e consentono di guardare con insperato ottimismo al futuro.”

Questo scambio epistolare, redatto da Agostino Romano, allievo di Luca, si divide in tre parti. La lettera di Moses l’eritreo, la risposta del suo amico Agostino dal Ticino e una lettera dello stesso Agostino alla madre, dove spiega i motivi del suo agire. Tre bei pezzi di umanità, di gentilezza e condivisione. Tre grumi di parole intimi e delicati, ma pieni di entusiasmo e furore. Il tutto è un po’ lunghetto per il Web, ma leggeteli, ne vale veramente la pena.

Villaggio di Okuntu, Eritrea, 20 Maggio 2018

Caro Agostino, caro amico mio,

È molto tempo che non vieni a farci visita ormai, saranno un paio di anni, forse di più, ma non ho mai smesso di pensarti. Non ho mai dimenticato ciò che hai fatto per noi, e anche se non potrò mai restituirti ciò che ci hai dato, ogni giorno prego Dio per far giungere la mia benedizione sino al tuo cuore. Senza di te non saremmo mai diventati quello che siamo ora.

Mi piacerebbe molto dirti che le cose quaggiù dopo la tua partenza sono migliorate e che finalmente possiamo prendere un po’ di respiro, ma non è così. Stiamo sempre peggio. Non solo io, Sharei e la piccolina, ma tutto il paese. Ogni giorno vediamo sempre più morte e sofferenza, ogni ora le repressioni si fanno più intense e violente. Siamo dovuti scappare dal nostro villaggio e abbiamo trovato rifugio dai genitori di Sharei, ma non durerà molto. Stanno setacciando tutte le capanne di tutti i villaggi a sud e a nord di Okuntu, in cerca di ogni uomo che sia in grado di tenere in braccio un fucile, giustiziando pubblicamente chiunque gli si opponga. Hanno decapitato una decina di persone in pochi secondi davanti ai miei occhi, mentre cercavo di zittire mia figlia che singhiozzava disperata nella baracca in legno dietro la nostra capanna nella quale ci stavamo nascondendo. È troppo, Ago, persino per un uomo con il cuore colmo di speranza come me. Dobbiamo fuggire lontano. Non possiamo passare il resto della nostra vita a scappare e a nasconderci come insetti braccati, non con la piccola. Merita di più. Merita una vita piena di gioia e di libertà, merita di correre lungo verdi prati profumati ridendo e scherzando in mezzo a ragazzi e ragazze della sua età, senza il sangue che scorra per le vie della città e senza il terrore che gli morda le caviglie.

Abbiamo deciso. Dovremo usare tutti i soldi che ci rimangono, e I genitori di Sharei ci daranno gli ultimi di cui avremo bisogno. C’è un uomo in città che in tre mesi può farci imbarcare su una grossa nave e portarci in Europa, attraversando il grande mare. Dice che sarà un viaggio importante e che il nostro futuro dipende da lui. Lo so, Ago, ci hai sempre raccomandato di cercare altre soluzioni, ci hai sempre detto che le navi sono pericolosamente terribili, che in pochi arrivano di là vivi e quelli che ci riescono vengono rispediti sulle coste africane… ma dobbiamo guardare in faccia alla realtà. La fame è terribile e la morte ci sta piano piano circondando, non abbiamo scelta. Non abbiamo nessuna prospettiva per il futuro, ci aspettano solo incubi e terrore. Preferisco tentare la sorte con la speranza che tu mi hai insegnato a non perdere mai, piuttosto che restare qui ad aspettare la lama che ci toglierà la vita.

Spero che questa lettera ti raggiunga presto e spero tanto di poterti rivedere e riabbraciare una volta ancora. Probabilmente mi risponderai. Puoi spedire la tua lettera all’indirizzo postale della città dei genitori di Sharei, ma forse non farai in tempo. La posta a causa della guerra è molto rallentata. Ma non importa, non ti sto chiedendo aiuto, non ti sto implorando di venirci a soccorrere. Tu per noi hai già fatto più di quanto avresti potuto, più di quanto un uomo come me meritasse, rischiando la tua vita. Ti sto salutando amico mio. Ti sto dicendo addio. Sei l’uomo con il cuore più grande che abbia mai conosciuto, e lo resterai per sempre. Ti ringraziamo con tutto l’amore che possiamo offrirti, e resterai sempre nei nostri ricordi..

Ti vogliamo bene,

tuo Moses, Sharei e la piccolina.

Locarno, Svizzera, 30 giugno 2018

Moses amico mio, NON PARTITE!

Sto rispondendo alla tua lettera mentre sto disdicendo alla velocità della luce tutti i miei impegni lavorativi del prossimo mese. Ne ho parecchi ad essere sincero, ma come ho aperto la tua busta, con le mani già tremanti dall’emozione e le lacrime agli occhi, una frenesia e una voglia di correre da te e dalla tua famiglia mi ha invaso il cuore con una forza tale da smuovere montagne. Troppo tempo è passato dalla nostra ultima conversazione cartacea e dal nostro ultimo abbraccio.

Sto arrivando, Moses, tenete duro, sarò lì il più presto possibile. Dovrei riuscire a prendere il primo aereo per la vostra capitale fra poche settimane, visti e permessi permettendo. Il lavoro può aspettare e anche se lo perdessi, resterei per la strada ad elemosinare spiccioli con un sorriso a 32 denti e la coscienza più orgogliosa del pianeta. Prego tutte le divinità di questo mondo che non abbiate già commesso l’enorme imprudenza di partire per quell’orribile e pericoloso viaggio. Spero con tutto il cuore che la mia lettera vi raggiunga in tempo. Non posso permettere che vi avventuriate in questo viaggio suicida attraverso il mare, non voi. Non posso lasciare che tu e la tua famiglia vi facciate prendere in giro da quegli uomini che voi chiamate traghettatori, portatori di morte privi di ogni scrupolo. Vogliono i soldi, Moses, sono degli ignobili sciacalli a cui non frega niente che tu, tua figlia o tua moglie moriate annegati o soffocati dentro la stiva di una nave sotto al sole cocente, ammassati come animali da macello in pochi metri quadrati. Non gli interessa che le persone crepino come mosche e che dei bambini e delle donne vengano stuprati e violentati come squallide bestie. Non dovete per nessun motivo imbarcarvi su quella nave! Se avete già pagato quell’uomo, non importa. I soldi sono carta straccia, non varrebbero mai nessuna vita al mondo. Vi aiuterò con ogni mezzo a mia disposizione, ma non partite, per l’amor di Dio!

Ho una qualche conoscenza con il Paese di confine e dovrei riuscire ad entrare e a portarvi fuori da quell’inferno senza troppi problemi. Mi devono dei favori e posso garantirti che vi porterò lontano da lì, dove la sofferenza non vi potrà mai più raggiungere, dove potrete iniziare una nuova vita. Tieni Sharei e la piccola al sicuro, nascondetevi dai suoi genitori o dovunque i guerriglieri non possano trovarvi. In una grotta, in una stalla, in mezzo alla foresta… non importa, io sto arrivando, tenete duro!

Resta forte e coraggioso, resta pieno di quella speranza che hai imparato a coltivare come un fiore e che sei fiero di possedere. Resta più lucido che puoi e cerca di non dare nell’occhio. Ci vedremo presto, amico mio. Te lo prometto.

Prima di quanto pensi, Agostino

Eritrea, Nord-Ovest di Okuntu, 15 agosto 2019

Ciao mamma,

Spero che tu stia bene e che a casina i nostri micini facciano i bravi. Spero non ci sia quel maledetto caldo umidiccio che ti fa grondare di sudore la fronte già di prima mattina, quello che tu odi tanto. Spero tu abbia trovato tempo per finire quel quadro a cui lavori da tempo.

È passato un po’ da quando mi sono precipitato da te per prendere il vecchio borsone da viaggio che tenevi in cantina. Sarà trascorso più di un mese ormai da quando risalendo le scale con la borsa sottobraccio mi guardasti e mi chiedesti cosa stava succedendo, con quella tua espressione dolcemente preoccupata. Ricordo come fosse ieri il tuo viso spaventato quando ti vomitai addosso i miei timori e le mie incertezze, quando ti dissi dove stavo correndo e perché. Cercasti di dissuadermi da ciò che stavo per fare, cercasti di farmi capire che un male così grande non si sconfigge in un giorno. Ma non ti ascoltai e me ne andai sbattendomi la porta alle spalle, deluso dal tuo mancato incoraggiamento. E mi dispiace. Mi dispiace tanto non averti abbracciato e dato un bacio sulla fronte, uno di quelli che ti rassicuravano tanto. Ero spaventato e fremevo dalla voglia di precipitarmi qui, convinto di poter salvare il mondo. Non è stato così.

Penso spesso a papà e a quello che mi diceva sempre. Non ha mai smesso di rimproverarmi, di ripetermi che non avrei mai potuto aiutare tutti quanti. Sfuriava sempre, dicendo che le mie erano solo delle stupide crociate, troppo grandi per un uomo piccolo come me. Mi diceva che ero un ingenuo e che per quanto la mia volontà di fare del bene fosse enorme, non avrei mai potuto salvare tutti. Me lo ripeteva sempre, forse perché vedeva in me i suoi ideali che non è mai riuscito a realizzare, o forse perché ogni volta che mi salutava temeva fosse l’ultima. E nessuno meglio di te sa cosa mi disse in punto di morte, sul letto di quell’ospedale. Nessuno meglio di te sa quanto piansi per lui. Ma io potevo farcela, mamma, avrei potuto salvare tutti…loro. Non tutti, ma qualcuno. Avevo in mano le armi per portare la pace nel cuore di tre anime pure, avevo la possiblità di gettare un salvagente ad una famiglia e trascinarla fuori da quella sanguinosa tempesta. Ma sono arrivato tardi. Non ce l’ho fatta, mamma. Vedo ancora i loro corpi, li vedo la notte, non mi fanno dormire. Dopo giorni di ricerche ho sfondato la porta della capanna con il cuore e gli occhi pieni di speranza, e li ho trovati. Sdraiati nel letto, in un lago di morte e in una nube di mosche, mano nella mano, in grembo la mia lettera. Le ginocchia mi si sono piegate come burro sotto una lama incandescente, il cuore si è fermato. Il nodo scorsoio attorno alla gola ha impiegato giorni a sciogliersi, e ancora adesso non so che stramaledetta strada prendere. Contavano su di me, capisci? Avrei potuto salvarli, avrei potuto portare gioia e salvezza a qualcuno. Non a tutti, ma a qualcuno, solo qualcuno… ma non è stato cosi. E io ora non so dove guardare, non so cosa fare. Sono smarrito mamma, perso.

Forse è colpa mia. Indubbiamente lo è. Se non avessi mai mandato quella dannta busta, si sarebbero imbarcati e forse, forse, sarebbero ancora vivi… ma che sto dicendo, è forse meglio soffrire per giorni il caldo, lo sporco,farsi torturare e massacrare allo sfinimento invece che chiudere gli occhi, insipirare a pieni polmoni per l’ultima volta l’aria fresca della tua terra e lasciarsi alle spalle fiumi di sofferenza e tristezze?

Il mondo è un posto così ingiusto. Siamo diventati una razza di squallidi essere viventi pronti a sfruttare e succhiare ogni briciolo di dignità che ancora ci resta. Eravamo il massimo, e avremmo potuto essere tutto. Ma la fame e l’ingordigia ci stanno portando non solo verso la nostra estinzione, ma verso la fine di un paradiso così bello, tanto bello da non farci nemmeno meritare di esistere.

Tu mi capisci, mamma, lo so. E so anche che se stai ancora leggendo questa lettera non vedi l’ora di abbracciarmi forte, di rassicurarmi. Ma questa è una cosa che devo digerire da solo, che devo elaborare, che devo capire. Anzi forse, in fondo, non sono nemmeno sicuro di volerlo fare.

A presto, mamma, ti voglio un bene dell’anima

Tuo, Ago

Pietro Bartolo*, medico di Lampedusa. Avevamo già parlato di lui nella nostra rubrica “il meglio di FB”.

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