Nanni Balestrini, testimone ed emblema di un’epoca.

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Una frase, un titolo, uno slogan: «Vogliamo tutto», questo il grido deflagrante che hanno avvertito quelli che, appartenenti ad una certa anagrafe, si sono svegliati con la triste notizia della morte di Nanni Balestrini. Era martedì scorso. Nanni Balestrini è di sicuro «un nome» della letteratura e della cultura italiana del Novecento. Fondatore del Gruppo 63 si può ben annoverare tra i protagonisti assoluti degli Anni ’60 e ’70. Anni di messa in discussione, di ribellione e … di piombo. E lui, con la sua rivoluzionaria produzione, a contribuire. Tant’è che è pure finito sui taccuini dell’antiterrorismo, lui forse violento con le parole ma de facto un uomo che più mite non si può.

Non ha mai avuto paura nell’affrontare temi fuori dal canonico. Come ad esempio nel già citato «Vogliamo tutto», del ’71, un libro-manifesto di un’epoca, molto ispirato ai fatti del cosiddetto «Autunno caldo» con un protagonista, l’operaio-massa, che trasferitosi dal Meridione a Torino si ritrova nella catena di montaggio, e vede il sogno della Terra Promessa che diventa alienazione; da qui la presa di coscienza e la voglia irrefrenabile di ribellione. Ancora con «Gli invisibili», del ’77, libro dove Balestrini si occupa degli scontri di quell’anno e «I furiosi», romanzo-canto del ’94 in cui viene narrata l’odissea di un gruppo di hooligans del pallone. Infine, ma non da ultimo, «Sandokan, storie di camorra» del 2004 (sul commissario Calabresi) e, nove anni dopo, «Carbonia», un romanzo sperimentale.

Ma Nanni Balestrini non può passare agli archivi solo come autore. Lui ha fatto tantissimo anche come organizzatore culturale, come opinionista, come artista a 360 gradi e, di più, come provocatore e «voce fuori dal coro» su riviste anche da lui stesso fondate. Si pensi a «Quindici», al «Verri», e ad «Alfabeta» … . Passata alla storia la sua fermezza «contro» la cultura cosiddetta dominante: l’ha fatto usando per primo il computer come elaboratore poetico (alla faccia delle regole auliche imperanti, cioè rime e metriche) e l’ha fatto con dichiarazioni forti, come quando definì Cassola e Bassani come «Liale della letteratura italiana» e prendendosela pure contro Pasolini e Moravia (accusati di tradizionalismo provinciale). Confortato qui dal «suo» Gruppo ’63 (con Alfredo Giuiani, Edoardo Sanguinetti, Alberto Arbasino e Giorgio Manganelli e sul piano teorico supportato da Renato Barilli e Umberto Eco) non ha mai avuto troppi peli sulla lingua. Ma erano altri tempi, d’accordo, e non ci pare corretto giudicare con gli occhi di oggi quanto avvenuto ieri. Testimoniare e raccontare sì, ma giudicare è … un po’ troppo. Quello che ci si permette qui di dire, anche con un po’ di nostalgia, è che allora c’era (tanta, pure troppa) voglia di futuro, voglia di senso di appartenenza, voglia di ideali sacrosanti: valori molto ben cantati da Nanni Balestrini, morto a 83 anni. La sua vita non è stata inutile e che la terra gli sia lieve.

Bibliografia essenziale (e discutibile) di Nanni Balestrini (1935-2019)

«Vogliamo tutto»,  1971, ed Mondadori, 2013, Euro 11,00.  

«Gli invisibili», 1977, ed. DeriveApprodi, 2005, Euro 14,00.

«I furiosi», 1994, ed. DeriveApprodi, 2003, Euro 13,00.

«Sandokan, storia di camorra», 2004, Euro 14,00.

«Carbonia: eravamo tutti comunisti», 2013, Bompiani, 2013, Euro 11,00

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