Padri e figli

Di

Sono le cinque ed una manciata di minuti, tuo papà si alza per andare a lavorare, come fa da sempre. Senti il rumore dei rubinetti aperti, lo senti sbuffare per non trovare due calzini uguali o il caschetto. Tu sei nel letto, trent’anni suonati. Segui i suoi spostamenti per la sua casa, quella che tu ancora non sei riuscito a comprare, quella di altri tempi, dei mutui in banca che adesso non ci sono più, dei lavoretti che ti fanno essere eternamente adolescente, con le entrate sufficienti a toglierti qualche sfizio. Ingoi il magone. Vorresti alzarti, entrare in soggiorno, vorresti avere una sveglia da spegnere, vorresti guardare negli occhi di chi ami quella soddisfazione delle classi medio basse quando il figlio si “sistema”, perché sai che la tua presenza lì è tollerata come si tollera una giornata di pioggia, inevitabile. Invece resti fermo, paralizzato al letto a chiederti cos’hai sbagliato, cosa non ha funzionato. Così, morso dai ricatti scegli di fare qualsiasi cosa, pure se lo sai che sono lavori di merda, pure se lo sai che sono pagati una miseria, se lo sai che avresti diritto a ben altro. Lo fai per sfuggire allo sguardo ansioso di chi ti chieda dove stai andando. Lo fai come ammettendo di aver fatto un errore. E allora prendi il pullman perché la macchina non ce l’hai, combatti con il malfunzionamento, con la ghettizzazione delle periferie del mondo, magari ti svegli alle 4 per prendere un treno. Ci rimetti quasi. Però vai avanti. Così passano i giorni, passano i mesi, passano gli anni. Ti chiedi se finirà mai. Si alternano governi, ma la realtà ti passa sopra senza sfiorarti. Ti dicono che dovresti scappare via come il figlio del vicino, come la tua amica, come il tuo compagno di scuola. Londra, Berlino, ovunque sia lontano da quel sud paralizzato o da quel nord profondo di periferia. Allora la mattina dopo oltre a sentirti un fallito, ti senti anche un codardo perché tu non sai scappare. Perché scappare è un privilegio di chi ha le spalle coperte o di chi non ha niente da perdere. Tu non hai niente, niente fabbrichetta già avviata, niente soldi sul conto corrente da investire, non hai più soldi da buttare in corsi di specializzazione né in alloggi di occasione in qualche città del mondo. Ma hai da perdere il calore della casa, l’odore di pane caldo, la familiarità delle strade.

Oggi alle cinque tuo papà si alza per andare a lavoro, sotto padrone. Ingoia il groppone per portare avanti la baracca. Se ti vedesse sveglio, ti racconterebbe dei suoi tempi, dei sacrifici per buttare giù famiglia. Dei sacrifici per metterti al mondo e nutrirti. Niente di personale, forse. Forse uno sfogo di cui ha interioriormente bisogno. Invecchierà, tuo papà. Inizierà con l’antidolorifico per la spalla, poi conterà i giorni per la misera pensione che gli spetta, con il terrore che non basterà per tutti. Tu sei fermo. Vedrai gente senza lavoro partorire figli come conigli. Li vedrai ammassare i mezzi pubblici pieni di carrozzine. Ti chiederai se sono pazzi, come facciano a non pensare al futuro. È un Paese diverso quello che ti passa sotto gli occhi. Diverso da quello di tuo padre, diverso pure da quello di tuo nonno. È un paese che paralizza, che fa venire l’ansia dei lunedì vuoti, del mancato rinnovo del contratto, del vivere alla giornata. È il Paese che schiaccia le periferie del mondo tutte insieme, a medicarsi le ferite, a piangersi l’abbandono, i fallimenti, le colpe che non sono loro. Intanto il tempo passa. La generazione delle promesse tradite. La porta si chiude, tuo padre è pronto. Sono le sei meno qualcosa. Si accende il motore della macchina e quella vecchia carcassa si allontana per le strade del tuo paese. Tu richiudi gli occhi. Chissà quanto tempo può resistere un Paese senza giovani.

(da una giovanissima compagna)

Potere Al Popolo

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