Portando energia nel nostro mondo

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Scriviamo spesso di cose brutte, di razzismo, di orrori. Lo facciamo nella convinzione che tacere è colpevole, che se non si parla si è complici. Ignorare sperando che il mondo migliori da solo è follia. Ma a volte c’è una speranza.

Scriviamo per il semplice fatto che chi odia non va in vacanza e trae vantaggio dalle casse di risonanza concesse oggi dal mondo. Poi però ogni tanto ci avvicina la speranza, guardinga di sottecchi, ci tira la giacca e noi abbassiamo lo sguardo, ci fa l’occhilino e noi, incapaci di resisterle, le sorridiamo.

È il caso del discorso di una liceale alla camera del 9 maggio. Una ragazza di dicott’anni che ha commemorato le vittime del terrorismo, di cui ieri era la giornata. Una ragazza che ha parlato anche di migranti, di poveri, di ultimi, e dell’odio che divide tutti noi, a prescindere dal colore della pelle, un veleno che colpisce tutti indistintamente.

Francesca Moneta, questo il suo nome, capelli castani, visino tondo e dolce, non li dimostra i suoi diciott’anni. In un’epoca dove tante sue coetanee sembrano trentenni scafate, lei col suo golfino beige è andata a emozionare la camera, anche se non lo immaginava.

“Ci sono politici che usano le loro idee sulla discriminazione per dividere le persone, ma le persone si completano nelle differenze. C’è qualcosa di più grande di loro che conduce questi uomini e queste donne in mezzo al mare, un destino che dovrebbe commuovere, invece si sono inventati persino il divieto di aiutarli. Ci dicono che sono la causa per cui non troviamo lavoro, è solo una strategia per mettere i poveri gli uni contro gli altri. Sono sicura che non scappano solo da una vita difficile, ma perché sentono di poter portare la loro energia nel nostro mondo”.

È la prima volta che sento parole così belle :“perché sentono di poter portare la loro energia nel nostro mondo”. Parole gentili, ottimiste, vere. Francesca raccoglie a sorpresa l’ovazione della camera. Salvini no, perché lui non c’è, perché lui che il 25 aprile ha snobbato la Liberazione dicendo che preferiva essere con la Polizia in Sicilia a combattere le mafie:

“Il 25 aprile, per celebrare il sacrificio di chi ha combattuto per la libertà dell’Italia, sarò in mezzo alle donne e agli uomini della Polizia di Stato di Corleone per ringraziarli del fatto che ogni giorno rischiano la loro vita per liberare la Sicilia e l’Italia dalla mafia. (…)”

L’altro ieri quelle stesse vittime delle mafie e del terrorismo non hanno meritato la sua presenza, meglio andare a qualche comizio o a farsi fotografare con un panino unto in mano.

E allora Francesca si prende gli applausi sorridendo timida, con coraggio, perché ce ne vuole tanto a quell’età, davanti ai capoccioni che governano il suo paese. Francesca parla, Francesca racconta:

“Stiamo vivendo un momento particolarmente difficile della nostra storia repubblicana. I valori fondanti la nostra convivenza civile paiono essere messi in discussione persino da chi riveste alte responsabilità di governo…”

Il protocollo è violato. I parlamentari, alcuni genuinamente stanchi del circo che ormai imperversa da mesi, esacerbatii e liberi si alzano in piedi e battono le mani, lo fanno con energia, con persistenza. Anche a di Maio che ha tutto l’interesse a sminuire quello che è ormai un avversario più che un collega di Governo, si unisce al coro degli esasperati.

Quello che resta, alla fine è un altro segnale, un altro tassello alla costruzione di un paese civile, un paese che ha perso la bussola, lo vediamo ogni giorno, a Casal Bruciato, a Torre Maura a Trieste, sulle coste calabresi. Un paese che però, nel buio, ogni tanto si sente tirare la giacchetta e abbassa lo sguardo. Lo fa a Francesca e a tutti gli altri che hanno qualcosa da dire, voci squillanti anche se dimesse, argentee e potenti. Voci dei giovani, che non ci stanno a vivere in un paese dove la rabbia offusca qualsiasi cosa buona, dove il livore impedisce vite pulite e felici.

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