Quando la politica americana è donna e di sinistra

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Molto spesso – anzi, sempre – in questa rubrica scrivo di film e serie tivù, cercando di proporvi opere che siano all’insegna dell’intrattenimento, divertenti certo, ma che facciano anche pensare. Perché uno schermo, grande o piccolo che sia, può essere anche un potente strumento didattico. Con uno spettro quasi infinito di possibilità per quanto riguarda formazione, crescita ed educazione.

Ad avermi letteralmente folgorato è stato “Knock Down the House”, un documentario diretto da Rachel Lears, presentato al Sundance nel gennaio di quest’anno. Un festival che riserva quasi sempre delle belle sorprese e che neppure stavolta mi ha deluso. È quel che si definisce più propriamente come un docu-film, un’opera di circa un’ora e mezza di durata che narra una storia, sì avvincente, ma senza effetti speciali e soprattutto senza il bisogno di attori. Perché il materiale filmato esiste già.

“Knock Down the House” segue le vicende di quattro donne, democratiche e progressiste, parte di quella frangia a sinistra del Partito Democratico che cresce facendosi sempre più sentire. Tutte e quattro si sono candidate al Congresso degli Stati Uniti nelle elezioni del 2018, periodo in cui ci si aspettavano le prime risposte concrete alla presidenza di Trump. Loro sono Amy Vilela, Cori Bush, Paula Jean Swearengin, e nientemeno che Alexandria Ocasio Cortéz, la più giovane donna a essere stata eletta al Congresso americano.

Donne che hanno conosciuto la vita della “Working class” americana, una delle più disastrate del mondo occidentale. Ad esempio, la Swearengin, originaria degli Appalachi e che ha perso il padre, minatore, per via del cancro. Lei si batte contro un senatore che da anni fa tutto ciò che è in suo potere per promuovere e deregolamentare l’industria carbonifera.

Viene raccontata una dimensione della politica americana molto più contenuta rispetto al ring da stadio che contraddistingue le elezioni presidenziali. Viene mostrato il genuino e coraggioso lavoro di queste donne che, oltre ad avere qualche amico che dà loro una mano, sono sole. Senza lobby alle spalle, senza grossi finanziamenti. Viene raccontata una dimensione semplice e poco esaltante, mesi e mesi di telefonate, chiacchierate porta a porta e dibattiti pubblici a cui i loro avversari nemmeno si degnavano di presentarsi.

Viene mostrata la lotta contro l’establishment tanto potente da dare la vittoria per garantita. Una lotta portata avanti in appartamenti o spazi comuni condivisi con il gruppo scout locale. Ad essere catturati sono i momenti più difficili, ma anche i più belli. Le strette di mano con esponenti di comunità mai considerate e finalmente ascoltate, così come i momenti in cui a queste donne viene consigliato di sorridere ed essere docili, poiché a nessuno piace una donna infervorata ma che non sorride mai.

La carica drammatica di questo documentario raggiunge il suo apice al momento delle elezioni. Vilela, Bush e Swearengin saranno sconfitte, e non potremo fare a meno di applaudire il loro sforzo e il loro coraggio, nel vederle in lacrime ma comunque determinate ad andare avanti. Ma, come nei film, c’è un lieto fine. La Ocasio Cortéz riuscirà a battere il potente democratico Crowley, realizzando una storica vittoria partendo da svantaggiata. Una vittoria ottenuta grazie al sostegno di comunità povere ed emarginate. Il tutto con una piattaforma elettorale con temi che, se in Europa sono scontati, fanno scandalo negli Stati Uniti: sanità a disposizione di tutti, protezione dell’ambiente, rappresentanza per ogni comunità, etnia o classe, ecc.

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