Rallento e mi godo il viaggio

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Oggi a scuola (la SSMT, scuola superiore medico-tecnica) abbiamo fatto un esperimento: abbiamo indossato una tuta studiata apposta per simulare un invecchiamento di 85 anni di età. Abbiamo indossato delle ginocchiere e gomitiere particolari che bloccano parzialmente le articolazioni, rendendo difficili i movimenti, una panciera che blocca parzialmente il tronco limitando la rotazione del busto, un collare che limita la mobilità delle vertebre cervicali rendendo difficoltoso girare il collo a destra e sinistra così come guardare in alto, abbiamo indossato un gilet che con il resto della tuta imbottita arriva a un peso di circa 18 kg, dei guanti di cotone spesso che limitano la sensibilità e la motricità fine e sopra ancora dei mezzi guanti che rallentano la capacità articolari della mano, una mascherina con lenti gialle che confonde la vista e mischia i colori e infine delle cuffie che attutiscono a tal punto i suoni che sembra di stare sott’acqua.

Conciati così, ognuno a turno, ha dovuto partecipare a degli atelier: salire e scendere le scale, chinarsi a raccogliere delle monete, salire e scendere dall’auto e correre a prendere il bus. Le attività quotidiane: preparare il caffè, quindi aprire l’armadio di cucina, afferrare da uno scaffale in alto il barattolo del caffè. Sdraiarsi e alzarsi da letto, entrare in vasca da bagno, mimare l’atto di lavarsi i capelli e poi asciugarsi e vestirsi per poi uscire. Partecipare a attività di animazione come leggere il giornale o giocare a carte. Perché si fa presto a parlare di empatia, a pensare di mettersi nei panni dell’altro quando non possiamo nemmeno lontanamente immaginare quanto pesino ‘sti benedetti panni. E allora oggi ce lo hanno fatto fare davvero. Oggi io sono stata per 30 minuti un’anziana signora di oltre 80 anni che al solo pensiero di scendere da letto, arrivare fino in bagno e sedersi sul wc per fare pipì si affatica.

Era davvero stancante e faticoso vestire dei panni così stretti, pesanti e scomodi. Difficoltoso mettersi a sedere e ancor peggio tenere le braccia alzate per lavarsi i capelli, alzare la gamba e accavallarla per allacciare le scarpe quasi impossibile. L’impaccio nel movimento porta lentezza, tanta lentezza. L’udito difettoso porta isolamento e confusione, la vista offuscata porta mal di testa e scoraggiamento Tutte queste limitazioni insieme mi hanno portato tanta rabbia e irritazione. Durante la simulazione ero arrabbiata per non riuscire a fare tutto da sola e col ritmo usuale, irritata perché il mio compagno di classe che era lì per aiutarmi sembrava non capisse la mia difficoltà ( lui quando ha fatto la prova pareva Superman), scocciata perche dopo che con enorme fatica ero entrata in vasca e dolorante a spalle e cervicale per aver finto di lavarmi i capelli, dovevo di nuovo scavalcare la barriera della vasca che mi faceva sentire lillipuziana in un mondo dei giganti. Finito il mio turno mi sono finalmente spogliata dell’armatura geriatrica ed è arrivata la nausea. Io somatizzo da sempre: quando provo un’emozione stridente mi viene mal di pancia o mal di testa.

Alla fine dei vari atelier l’insegnante ci ha spinti a fare delle riflessioni personali sull’esperienza e il mio mal di pancia ha preso forma. Ho avvertito sulla mia pelle e sul mio corpo una piccola parte dell’enorme peso e difficoltà che quotidianamente sopportano gli anziani di cui mi occupo. Il semplice gesto di allacciarsi i bottoni della camicia diventa un impresa, raccogliere una cosa da terra è impossibile. E il ritmo per superare tali difficoltà fisiche deve necessariamente rallentare così come la concentrazione deve farsi totale e unidirezionale. Sennò semplicemente non si riesce proprio a fare un bel niente. Elogio alla lentezza dunque, perché rallentare è l’unico modo che ha un anziano di continuare a vivere.

Alla mattina quando andiamo a svegliarli non si può andare di fretta, iperstimolarli e bombardarli di parole. Se parliamo dobbiamo farlo stando fermi e restando frontalmente e alla loro altezza, altrimenti l’immagine di noi in movimento genera confusione e agitazione. La voce deve essere calma, chiara e modulata, perché davvero si fa fatica a sentire e a decodificare un messaggio. Ma soprattutto basta al mettere fretta A ognuno il suo ritmo perché tanto cosa cambia se entro le 8.30 sono tutti alzati e vestiti se poi sono talmente stanchi per questo tour de force di accudimento mattutino che subito dopo colazione si riaddormentano seduti la tavolo?

Stasera ho imparato il disagio che può provare una persona anziana semplicemente a doversi svestire per fare pipì, e, più importante, ho capito l’importanza di lasciare tempo e spazio a una persona che ne è padrona finché sarà in vita. Non siamo noi in fin dei conti a concedere del tempo ai nostri ospiti, ma sono loro che ci accolgono nel propio tempo e spazio e dobbiamo essere rispettosi e grati della possibilità che ci è data. Quindi da domani, mi dispiace per i miei colleghi, io rallento e mi godo il viaggio.

*Ausiliaria di cura

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