Sciacalli e avvoltoi al Polo Nord

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Chi l’ha detto che non ci possa avere un discreto tornaconto anche dalla morte? Chiedetelo a un amico becchino, se ne avete uno. È se a morire è un intero pianeta vuoi che non ci si possa guadagnare su qualcosa? Sembra questa la logica con cui si è chiuso a Rovaniemi, in Finlandia, l’undicesimo incontro del Consiglio Artico che ha visto la partecipazione di tutte le nazioni che si affacciano sul Circolo Polare Artico e sul suo mare.

Un forum dedicato alle questioni economiche e ambientali del Polo Nord nel quale la maggior parte dei governi presenti avrebbero voluto sottolineare la loro preoccupazione per i mutamenti climatici con una dichiarazione condivisa. Stando alle ricerche condotte sul surriscaldamento globale, il dato che più impressiona e, come nell’Artico, le temperature siano aumentate due volte più velocemente che nel resto del Pianeta. E con l’arretramento e lo scioglimento dei ghiacci non si riduce soltanto l’area di caccia per gli orsi polari minacciati d’estinzione.

A essere interessato è infatti tutto l’Emisfero Nord, con eventi metereologici sempre più estremi: alluvioni e trombe d’aria in Europa e uragani negli Stati Uniti. E proprio a causa di quest’ultimi non si è avuto un documento che fosse condiviso da tutti. A non essere stato gradito il passaggio in cui si diceva che il cambiamento climatico è una “seria minaccia” per l’Artico. Un atteggiamento ovviamente in linea con la follia politica di un governo Trump che ha negato l’esistenza di un problema climatico.

Tant’è che le dichiarazioni rilasciate dal segretario di Stato americano Mike Pompeo sono sembrate quelle di un avvoltoio pronto a spolpare un cadavere: “Le continue riduzioni dei ghiacci stanno aprendo nuovi passaggi e nuove opportunità per il commercio. Potrebbero diminuire di quasi 20 giorni il tempo necessario a viaggiare dall’Asia all’Occidente. Le vie marittime artiche potrebbero diventare i canali di Suez e di Panama del 21esimo secolo.”

Ad aggravare una situazione già di per sé disperata c’è poi l’avvertimento del governo americano a Russia e Cina. Nazioni che, proprio come gli Stati Uniti, hanno visto nella tragedia in corso d’opera una gallina dalle uova d’oro. Sotto le enormi distese di ghiaccio in via di discioglimento si nasconde un piccolo tesoro e quindi non è solo una questione di nuove rotte marittime. Petrolio, gas, metalli preziosi.

E il punto quindi non è più quello di salvare quell’immensa massa ghiacciata d’acqua dolce che ci sta sopra, ma arraffare il più possibile di quel che ci sta sotto. Con un pragmatico cinismo che è quello di un branco di sciacalli mentre si contendono il cadavere di uno zebù. Tra ringhi, latrati e altri espedienti utili a tenere a debita distanza il resto del branco. Qui però, a essere dilaniato sotto ai nostri occhi, è il futuro di tutti. E pensare che sia questo il modo di affrontare la questione è un po’ come lanciare salvagenti di pietra a chi sta per affogare.   

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