Senzatetto ma dona ai poveri

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La storia di Ottò Kovacs, clochard, che risparmia per donare agli orfanotrofi. Una storia strana e dolce, che può riconciliarci in parte con noi stessi.

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Avete presente quando vi arriva l’ennesima polizza dell’ennesima associazione caritatevole? O quando vi ferma l’ennesimo operatore di una ONG, che sia umanitaria o ambientalista?

Siamo già pronti, con la faccia da “abbiamo già dato”, con l’eterna paura che quel pugno di franchetti, proprio quel pugno lì, ci manderà in rovina. A volte dire no diventa quasi più un’abitudine che una convinzione.

Perché a pensarci bene, a volte, spendiamo cifre spropositate per cose inutili o idiote senza battere ciglio, spese che ci provocano un’immediata gratificazione, una droga dell’acquisto e dell’effimero benessere.

Anche solo una pizza in due, col dessert, ci permetterebbe di fare un paio di piccole donazioni e l’elemosina a una mezza dozzina di mendicanti, venditori di rose o fazzolettini. Ma mentre il signore pakistano col sorriso stampato ci chiede di comprare il suo fiore, diciamo di no senza guardarlo, o addirittura nemmeno ce lo filiamo. Poi appena se ne va, ordiniamo un’altra birra che costa poco meno di quella benedetta rosa.

E che noia, mica possiamo donare a tutti. Ci convinciamo che dobbiamo selezionare, che insomma, già facciamo tanto. Poi arriva uno come Ottò Kovacs, ungherese, uno che è finito sui giornali perché è un senzatetto, ma nonostante questo regala parte dei suoi guadagni a una organizzazione che gestisce degli orfanotrofi in Tanzania e Brasile.

Uno che si alza alla mattina senza avere un cacchio e va a letto, tra i cartoni, alla sera, senza avere un centesimo in più di quello che aveva la mattina.

Ottò, che da 21 anni vive in strada in Italia, che ha fatto la sua scelta, dice lui. La scelta di non avere niente. Oh, mica una scelta lineare eh? I pensieri che l’ungherese raccoglie come gatti nella notte e culla tra le sue braccia, sono frutto di cinquant’anni di vita e di sofferenze, sono l’unica vera ricchezza. E Otto continua ad accarezzarli quei pensieri, come una vecchia gattara, li nutre, li fa crescere. 2’200 euro ha già raccolto e distribuito Ottò.

2’200 euro, molto di più di quello che facciamo spesso noi, immensamente di più vista la sua condizione.

Eppure quei 2’200 euro sono il suo riscatto, il suo dire: non è vero che non valgo nulla. Sarò nulla per te, ma sono una mano tesa per qualcun altro. E nella sua miseria, Ottò ha quella famosa ricchezza di spirito che gli invidiamo, quella che non avremo mai perché non riusciremo, come ha fatto lui, a gettarci tutto alle spalle. Resteremo prigionieri di questa gabbia di ansie e denaro, che ci fa crescere più la paura quanto più abbiamo da perdere.

O forse possiamo riconciliarci col mondo, vivere sereni e gentili, sorridere al venditore di rose e spenderli anche, ‘sti benedetti 4 o 5 euro se li abbiamo. Per guardare un uomo negli occhi e fargli capire, nella nostra tiepida illusione, che lo capiamo. Anche se lo capiremo davvero solo quando avremo fatto il grande salto come Ottò.

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