Ticino terra di sparalesti

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Nella votazione sulla regolamentazione delle armi il Ticino, come un pistolero solitario, si è incamminato nel tramonto circondato dal deserto che risuona dell’ululato dei coyote. Unico Cantone a respingere la regolamentazione, si alinea alla vicina Italia in cui pistoleri casalinghi vengono addirittura glorificati dal ministro dell’Interno.

Ci teniamo alle armi? Siamo convinti che la resistenza a colpi di mitraglia da potenziali invasori sia fondamentale? Siamo innamorati dell’UDC che ci ha dato l’illusione di essere più svizzeri di una forma di Appenzeller?

Perlomeno questa è l’impressione. Contro ogni logica, scopriamo oggi con piacere di essere veri svizzeri, anzi, più svizzeri degli svizzeri, in barba ai primitivi urani o appenzellesi. Da stamane, possiamo anche guardare con sicumera e un velato disprezzo campioni di elveticità come appenzellesi e glaronesi.

Perché il Ticino, come abbiamo visto tutti nelle cartine di voto, è un’isoletta rossa in mezzo a un mare verde, essendo l’unico Cantone che ha respinto l’iniziativa per un maggiore controllo delle armi. Poco più di una formalità in realtà. Chi pensa a un cantone di guerrafondai può rassegnarsi.

Il recente sventato eccidio alla scuola di commercio di Bellinzona, il cui protagonista è ancora tra le mani delle autorità ha segnato profondamente l’animo dei ticinesi, ma ciò non è bastato.

Qui però, come al solito, le armi c’entrano poco, qui contano i balivi, la vitupertata UE, e le narrazioni salviniane della vicina penisola, dove il ministro dell’Interno ha da poco varato la sua legge che amplia il diritto alla legittima difesa. Se c’è invece proprio una cosa che salta all’occhio in questa votazione, è che siamo sempre meno svizzeri, meno ragionevoli di tutti gli altri Cantoni. La nostra fuga in solitaria non è un segnale di svizzeritudine, anzi, è proprio un esempio di come siamo a volte incapaci di percepire le reali condizioni politiche e sociali della Svizzera, arroccati come sempre nel nostro ridotto di neinsager, dove a prevalere non è una logica pragmatica tutta svizzera, ma ragioni di pancia, di campanile e paure indotte dalla vicina penisola.

Poco male, è andata come andata e, in questo caso, pur non cambiando nulla, il Ticino è comunque riuscito a dare per l’ennesima volta un segnale divisivo, anche poco motivato, perché risulta difficile credere che un abitante di Zurigo si senta più minacciato o meno sicuro di uno di Zurigo o Ginevra. Di questo passo, la nostra camminata nel tramonto sarà sempre più solitaria e nelle orecchie ci rimarrà solo il tintinnio degli speroni, mentre i mormorii di Berna e degli amici confederati si allontaneranno portati dal vento del deserto.

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