Un buon ritiro, lontano dalla frenesia

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Eppoi arriva il momento in cui uno non ne può più. Dice basta. Se volete getta la spugna, praticando un “game over” definitivo. Questo accade ad Attilio Campi che, a 48 anni, abbandona tutto e si rifugia in montagna, in mezzo agli alberi e alla natura. E pensare che fino a poco tempo prima era un brillante politico, in grado di sostenere i più ostici contraddittori televisivi e, come si dice, trovarsi sulla rampa di lancio della consacrazione: i bisbigli lo danno come prossimo ministro.

Ha lavorato tanto, si è esposto come nessuno. E accanto alle parole un progetto concreto: l’introduzione dell’uniforme obbligatoria in ogni scuola di ordine e grado. Per lui: un segno di uguaglianza, un andare contro al narcisismo, un contenimento dell’ego, un richiamo concreto a favore del “senso di appartenenza”, o al “collettivo”. Niente da fare, l’idea non piace neppure ai suoi correligionari. Ma non è questa la scintilla che lo induce al “passo”, questo semmai è una coperta di Linus mentale che fa capolino ogni due o tre pagine.

A rompere con uno stile di vita è una banale ma necessaria riflessione, questa: “Temo di aver passato la prima metà della mia vita in piena superbia, non voglio passare nella stessa maniera anche la seconda”. E così eccolo isolato, con un paio di vicini contadini, ed una moglie (che lo mantiene) che non lo ha seguito ma lo va a trovare di tanto in tanto. L’urgenza per lui è liberarsi da tutto un accumulo di cose che in fondo in fondo fanno più male che bene: condizionano, impongono un ruolo, un atteggiamento, un modo di vivere e pensare. “Basta”: sono tutte cose da bruciare.

Il nuovo romanzo di Michele Serra (non dobbiamo spiegare ai lettori chi è, giusto?) affascina subito. Vuoi per la sua scrittura, sublime nella scelta delle parole, nel loro accostamento, e precisa nella sua architettura. E vuoi per il tema, che affronta un’urgenza solo apparentemente anomala. Fatto gli è che il protagonista si ritrova su questo cucuzzolo ad osservare la natura fino allora mai considerata (gli uccelli, le piante, l’alba…) e a riflettere su pensieri mai fatti prima. Con incontri fortuiti: un testimone di Geova, i due vicini e, in maniera inattesa, la sorella (donna di mondo come nessuna: una delle donne più belle possibili, al suo terzo matrimonio, che frequenta ambienti neanche ipotizzabili… ).

E qui arriva il colpo di scena, che non riveliamo. In un momento di confidenze possibile solo tra fratelli si fa accenno ad una scatola contenete uno scambio epistolare tra la madre dei due ed un suo professore. La mamma, ora defunta, ha raccomandato tanto questa scatola ora ingiallita. Però questo scrigno, potenzialmente in grado di custodire segreti, è andato al rogo, è un’altra cosa che brucia. E siamo al titolo: “Le cose che bruciano”… e lasciano incognite, segreti impronunciabili e …

Un bel romanzo quello di Michele Serra. Intimo e politico, in grado di smuovere un senso profondo come l’esigenza di vivere con leggerezza e l’aspirazione ad una redenzione che solo il lavoro pratico ora può facilitare. Ma poi anche tanto altro perché Serra, in pratica obbligato ad avere un’opinione al giorno (con la sua “Amaca” ne “La Repubblica”) di cose da dire ne ha sempre tante, e ogni tanto le afferma chiaramente, ogni tanto le lascia intuire. Bello, bello, bello. Anche se a scriverlo qui è uno che non si è mai perso una riga scritta dal fondatore di “Cuore”.   

«Le cose che bruciano»,  2019, di Michele Serra, ed Feltrinelli, 2019, pag 171. Euro 15,00.

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