Un’indagine per Lucifer

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Prendendo spunto dal personaggio dal benemerito fumetto di Neil Gaiman “The Sandman”, universalmente riconosciuto come un capostipite del genere fumettistico, Lucifer è un thriller poliziesco con una deriva – diciamo così – satanica.

Il progetto ideato da Tom Kapinos, celebre per la serie “Californication” (da cui “Lucifer” trae diversi spunti) ad oggi conta 67 episodi dalla durata di circa 45 minuti, suddivisi in quattro stagioni – una durata non indifferente, soprattutto considerati gli ostracismi ricevuti negli Stati Uniti da vari gruppi di fondamentalisti cristiani, comprensibilmente adirati da alcuni elementi della sceneggiatura.

La serie ha infatti come protagonista il Diavolo in persona, nella forma dell’attore gallese Tom Ellis. Apparentemente è l’eccentrico e affascinante proprietario di un club. Nei primi momenti del primo episodio, sarà lui stesso a farci sapere come, stanco di essere confinato all’inferno, si è deciso per un periodo di vacanza nella città degli angeli – La megalopoli californiana di Los Angeles – dove vive come un qualsiasi altro mortale, pur possedendo una serie di abilità soprannaturali.

Da qui in poi sono due le differenti trame. La costante lite tra Lucifer e il fratello angelico Amenadiel, determinato a riportarlo all’inferno per volontà del padre, e il rapporto “professionale” con la detective Chloe Decker (Lauren German), scettica nei confronti di Lucifer ma costretta a riconoscere l’utilità dell’esperienza del diavolo nel punire i malvagi.

Nel corso della serie, le due trame si faranno più intense e vicine, portando “i cieli” a intervenire nelle faccende criminose degli uomini, in uno scenario a più livelli in cui il crimine di turno di ogni episodio sembra fare da cornice agli eventi più profondi e importanti che avvengono man mano, effettivamente tenendo “Lucifer” appena un passo al di fuori dei confini del genere sitcom.

Effetti speciali e sceneggiatura sono buone e interessanti. Gli interni del festoso “Lux”, il club gestito dal diavolo, sono modellati per ricordare il caos e la concitazione delle stereotipiche rappresentazioni dell’inferno biblico, mentre l’enorme Los Angeles è attentamente modellata per restituire le giuste ambientazioni per le varie situazioni e personaggi. Tuttavia, una critica molto onesta viene dall’inesperienza di alcuni tra gli attori. Un tweet diventato virale cita “La German si troverebbe sulla cima dell’olimpo di Hollywood, se solo sapesse recitare”.

Detto questo, “Lucifer” è una serie da sbocconcellare senza impegno, una di quelle produzioni dalla durata pressoché indefinita che possono divertirci per 45 minuti un paio di volte alla settimana, senza costringerci a fare la fine dei fan di “Game of Thrones”, condannati a discutere di legittimità dei titoli e teorie speculative per il resto dell’eternità.

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