Memorie di una studentessa squattrinata , non sfaticata.

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Nata in Ticino, sono figlia di immigrati che hanno lasciato da giovani il loro paese alla ricerca di una vita migliore. Sarò sempre grata ai miei genitori per i sacrifici che hanno fatto e per aver lottato, malgrado le umili origini, dandoci l’opportunità di nascere e vivere in un paese come il nostro, che ha poi permesso anche a loro di sognare, orgogliosi, lasciando partire per la Svizzera interna una figlia che, fin da piccola, desiderava studiare. 
Con questo spirito ho frequentato i primi tre anni di Bachelor, sostenuta dalla borsa di studio cantonale, che ai tempi ammontava, nel suo massimo, a CHF 13’000.- l’anno, versati a rate. Non sufficiente per coprire tutte le spese, certo, ma comunque un enorme sostegno, e con qualche lavoretto part-time qua e là me la sono cavata, anche se non è stato facile perché la concessione di borse di studio non permetteva, più o meno a ragione, di perdere/ripetere semestri, pena il blocco del sussidio.

Terminato il Bachelor nei tre anni previsti, ho iniziato il primo semestre di Master, finché inaspettatamente ho avuto l’opportunità di lavorare presso un ufficio federale a Berna, esperienza meravigliosa e arricchente che mi ha permesso pure per la mia gioia di mettere un po’ di soldini da parte. 
Ricevuto il contratto di lavoro, ricordo di aver chiamato l’ufficio competente a Bellinzona per chiedere il blocco della borsa di studio e restituire una rata che mi era appena stata versata per l’uni, essendo che avrei dovuto interrompere la formazione per quei 10 mesi. Mi fu risposto, con tono sorpreso dalla signorina, che la restituzione della rata non entrava in linea di conto, non essendo prevista dalla procedura… ricordo molto bene la sensazione che mi colse, come stessi approfittando di qualcosa che non mi spettava e che avrebbe potuto aiutare altri che, come me, avevano nel cassetto il sogno di studiare.

Trascorso quel periodo mi fu poi offerto di restare a lavorare al 50%, per poter terminare i miei studi di Master in parallelo, e così feci, senza più dover chiedere borse di studio né prestiti. 
Rientrata in Ticino, trovai un lavoro che amo, conforme alla mia formazione, con un buono stipendio (mi ritengo molto fortunata). Le prime imposte le ho pagate (in parte) con la rata della borsa di studio che avevo appositamente conservato. Ormai da diversi anni, pago le imposte col sorriso, provando estrema riconoscenza, per quanto a qualcuno possa sembrare assurdo: se sono arrivata fin qui è grazie al nostro sistema sociale, che permette a chi non ha le possibilità economiche, tra molte altre cose, di accedere all’istruzione. Felice dunque di contribuire a mia volta.

L’innalzamento della soglia massima per le borse di studio è un altro grande punto a favore del nostro Cantone, perché consente di affrontare gli studi universitari con quella tranquillità (per non dire, dignità) di chi sa che forse potrà arrivare a fine mese, nonostante i CHF 450.- appena spesi per l’acquisto della coppia di manuali imposti dal Prof. per il corso XY, seppur con la concessione dell’usuale sconto studenti del 10%!!  
Ho studiato e ho lavorato, e ne vado estremamente fiera, è un’esperienza unica, un valore aggiunto che raccomando a tutti, e mi riferisco ad ogni tipo di lavoro, che sia appendere manifesti, portare a passeggio i cani del quartiere, fare i commessi in stazione, stage in uffici… sono tutte possibilità di crescita, prima di tutto personale. 
Ora arriva il grande “MA”.

MA, ciò che chi ha approvato questa proposta non ha considerato, è che lavorare durante l’università DOVREBBE ESSERE UNA SCELTA, non un obbligo né una necessità (economica). Prendiamo i due esempi: se sono figlia di genitori benestanti, posso scegliere di non lavorare durante i miei studi (pagano loro), posso concentrarmi solo sulla scuola, frequentare tutte le lezioni che mi piacciono senza sacrificarne nessuna, scegliere liberamente i corsi di Master che preferisco, senza selezionare solo quelli compatibili con gli orari di lavoro, comprare i manuali e le ultime edizioni aggiornate, fare la spesa in libertà (senza vivere con angoscia l’attesa dello scontrino né dover sperare che la retta semestrale dell’uni arrivi compatibilmente con il versamento di una rata della borsa di studio). Oppure, anche se ci sarebbero mamma e papà a pagare il tutto, posso scegliere di mantenermi, almeno in parte, rendermi indipendente, crescere, andare a lavorare dove possibile, sacrificando parzialmente il tempo dedicato agli studi. Come figlia di genitori benestanti, io avrei quindi una libera scelta

Se invece provengo da una famiglia umile, che a mala pena riesce a coprire le spese mensili (figuriamoci anche solo abbozzare l’idea di accumulare un risparmio), godo di un trattamento meno favorevole, che va inevitabilmente ad incidere su questa “libera scelta”, che non è più tanto libera! “MA ANDATE A LAVORARE, SFATICATI!!” dicono i commenti sui social. I politici dei partiti borghesi la dicono in maniera molto più elegante, ma comunque il succo è sempre questo: non hai i soldi per studiare? Lavora, che ti fa bene, fidati!! 
Questo è un pensiero inquinato alla base che non mi piace per niente: perché solo chi non ha i soldi dovrebbe andare a lavorare? Perché chi studia pesando al 100% sulle spalle dei propri genitori non è considerato uno sfaticato se studia e basta, invece chi non può permettersi questo lusso e chiede aiuto allo Stato, è uno sfaticato se non lavora? Capisco perfettamente lo spirito di chi consiglia di andare a lavorare, sono la prima a farlo, ma quello che dovrebbe essere il pensiero comune è un altro: se ne hai l’opportunità, se la tua scuola, i corsi e gli esami te lo permettono, vai a lavorare durante gli studi, che siano mamma e papà a mantenerti o lo Stato. Se invece non puoi, v. ad esempio in caso di frequenza obbligatoria, impossibilità a conciliare gli orari, mercato del lavoro non propizio, mole di studio enorme o semplicemente incapacità personale di conciliare studi universitari e lavoro senza perdere nemmeno un semestre (cosa non proprio scontata), dovresti poter studiare e basta, comunque, indipendentemente dal tuo ceto sociale, e senza per questo essere additato come lo sfaticato di turno. 

I risultati della votazione di ieri purtroppo vanno nella direzione opposta, non fanno altro che confermare che la maggior parte dei politici attualmente al potere ritiene che chi proviene da famiglie umili non debba avere le stesse possibilità e lo stesso trattamento di chi invece ha i soldi. Il tutto ben camuffato dalla scusa “lavora lavora che ti fa bene”!! 
Ecco, grazie, allora mi aspetto coerenza fino in fondo e non vedo l’ora di vedere i vostri figli all’opera: i soldi che avete messo da parte per i loro studi, tramutateli in parte in un prestito da restituirvi a tempo debito, così da incentivare la loro volontà di “rimboccarsi le maniche”, fidatevi che fa loro solo bene!! 

Ex studentessa squattrinata ma non sfaticata. 

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