Asilanti in protesta e haters scatenati

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Da  due giorni, circa 30 persone ospitate nel bunker per i  richiedenti asilo di Camorino sono entrate in sciopero della fame per protestare contro le precarie condizioni della struttura della protezione civile, gestita dal DSS e dalla Croce Rossa Svizzera. In particolare, i richiedenti asilo si oppongono alla nuova norma che li obbliga a restare fuori dal centro dalle 6.00 alle 21, motivata dalla necessità di aerare i locali: tale decisione costringe sostanzialmente queste persone a restare in giro tutto il giorno, sotto il sole, “senza soldi e senza servizi igienici”, nelle parole di uno dei rifugiati intervistato  dalla RSI. 

Ovviamente, neanche a dirlo, alimentando la psicosi collettiva dell’”asilante con lo smartphone sempre in giro a far nulla” e risvegliando l’ormai consueto, prevedibile odio sui social: si va dal “Se non stanno bene, che tornino a casa loro”, fino all’ignobile augurio “che muoiano pure”. Come se fosse del tutto normale che in un Paese civile decine di persone vengano trattate come pacchi di cui nessuno vuole occuparsi, dovendo quasi ringraziare, non dovendo osare pretendere un trattamento umano.

Già, umano: una parola che ormai, per molti di questi individui che vomitano odio sui social, è un puro dato naturalistico, zoologico oseremmo dire. Quelli che di umano hanno solo la camminata bipede e il pollice opponibile, ma i cui pensieri sono l’esatto opposto di quello che il significato più nobile del termine richiederebbe. Quelli che si commuovono per i gattini e i cani abbandonati, ma poi vorrebbero vedere gli asilanti morire di fame, le persone sulla Sea Watch affogare, i rom essere bruciati tutti: quelli per cui l’umanità si ferma fuori dal loro giardinetto con barbecue e cane scorrazzante. Quelli del cristianesimo à la carte, buono solo quando serve a negare diritti.

Quelli secondo i quali se sei “ospite” devi prenderti quello che ti si dà senza fiatare. Anche se è disumano: perché in fondo, tu, anche se hai visto l’inferno in terra nelle carceri libiche, anche se hai subìto stupri, violenze, torture, anche se hai visto morire i tuoi cari ingoiati dalle fauci salmastre del Mediterraneo, tu, per loro non sei umano. Sei una cosa, un oggetto, sei meno che un animale, chè se fossi un animale davvero partirebbe la gara di solidarietà e le migliaia di condivisioni su Facebook: Abdoul cerca casa, adottatelo.

E forse ha ragione chi, come Greta Gysin in un post su Facebook, dice “io proprio non riesco ad abituarmi a questa inciviltà disumana”: perché non c’è da abituarsi, perché abituarsi vuol dire in un certo senso accettare che faccia parte dell’ordine naturale delle cose. E invece no: non è naturale, non è normale, non è umana questa pestilenza di odio. Dobbiamo tutti continuare a indignarci per ogni singolo schizzo di vomito bilioso sui social, per ogni augurio di morte a delle persone, da Camorino al Mediterraneo: dobbiamo ancora di più essere consapevoli del nostro essere umani in tutto e per tutto, marcare la differenza con chi ha smesso di esserlo. Come diceva il professore Roberto Vecchioni: “Difendi questa umanità, anche restasse un solo uomo”. Restare umani.

Resistere.

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