Bondage per risate estreme

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A chi, come me, si appassiona nel vedere le serie televisive, a volte capita di scoprirsi desideroso di qualcosa che possa anche essere guardato senza grande sforzo. Senza doverci mettere troppo la testa o con un carico emotivo tale da non dover per forza trattenere le lacrime. Senza cioè dover tenere conto di tutto ciò che accade in quaranta minuti di episodio. Senza dover redigere un documento word per ricordarsi le trame narrative di ogni personaggio. Senza dover spendere tempo a discutere su Facebook con degli sconosciuti su quale teoria abbia più o meno senso. “Bonding”, di cui per ora ne sono disponibili solo 7 episodi della durata compresa tra 13 e 17 minuti, offre proprio questo. Ma senza risultare banale.

In origine fu una serie web relativamente sconosciuta, portata alla ribalta con la benedizione di Netflix. La creatura di Rightor Doyle, che sostiene essere parzialmente basata su parte della sua stessa vita, segue la storia di Tiff (Zoe Levin) e Peter (Brendan Scannell). La prima è una studentessa di psicologia che, come colpo di scena della storia arrotonda lavorando come dominatrice sado-maso. Peter, un suo amico gay fin dai tempi del liceo, è invece un cameriere e aspirante comico da stand-up, terrorizzato però dal palcoscenico.

In difficoltà a pagarsi l’affitto, Peter accetterà di diventare l’assistente di Tiff nel suo lavoro doposcuola. Un evento che ci porterà a esplorare, in modo superficiale e umoristico, il mondo di quella varia gamma di pratiche sessuali comprese nei termini di sadomasochismo, fetish e bondage, da cui il titolo, un gioco di parole che richiama la pratica di essere costretti da corde e cinghie ma letteralmente significa “creazione di un legame”.

La progressione della trama è data dalle situazioni scaturite e dal fatto che questo strano lavoro a sfondo sessuale infonde in entrambi i protagonisti una nuova fiducia e tanta autostima, portando entrambi a crescere come persone. Per fare un esempio, Peter riesce a liberare la sua vena comica di fronte a un “cliente” che ama
essere abusato verbalmente.

Tuttavia, l’obiettivo della serie è anche quello di normalizzare e gettare un po’ di luce sul campo dei cosiddetti operatori e operatrici del sesso, ammiccando al fenomeno sempre più frequente in Nord America e Europa di studentesse che scelgono questa strada per sostenere i costi scolastici. La serie, sostenuta da recitazione più che sufficiente e una fotografia/scenografia sorprendentemente ben ragionata, rimane comunque sempre nella decenza. Pur essendo presenti situazioni “Not safe for work” (cioè non appropriate) come sicuramente
direbbero gli americani, non verrà mai mostrato nulla di esplicito.

“Bonding” è una bella serie che alterna scene introspettive sorprendentemente toccanti e profonde a una comicità genuina e semplice, senza scendere per forza nella demenzialità. Un modo decisamente interessante per avere un’anteprima di un mondo che molti di noi non conosceranno mai.

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