Ci sono varie umanità

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Il sole scalda la sala d’aspetto del reparto. La finestra è enorme, siamo in alto. Sotto di noi i palazzi, le gru che non mancano mai, il lago che brilla. Argento. Prendo il cappotto a mia madre, ci sediamo in fretta, quasi a non voler dare nell’occhio. “Buongiorno”. “Buongiorno”- risponde qualcuno bofonchiando. Le poltroncine segnano il muro, una accanto all’altra, lungo la parete. Un vecchio dormicchia, si muove, non sa dove appoggiare la testa. Accanto a lui la moglie, lo sguardo preoccupato. Lo tiene d’occhio. Gli accarezza il braccio. Appoggiato alla finestra c’è un tavolo, sembra quasi a strapiombo sulla città. Un uomo e una donna sono seduti proprio lì, uno davanti all’altra. Tra loro lo spazio del tavolo marrone, riempito da due quotidiani. Quasi come al bar, manca solo il caffè. Questi due hanno scelto di stare seduti cosi – mi dico – a guardarsi in faccia.

“Posso prendere il Corriere?” chiedo.

Lei me lo passa distrattamente, io lo passo a mia madre che si mette a sfogliarlo subito, senza leggerlo, per stemperare la tensione. Stemperare la tensione. Lo stiamo facendo tutti lì dentro. I due seduti al tavolo lo fanno chiacchierando. Chiacchiere forzate, è evidente. Lei cita un ristorante, che conosce anche lui. Poi un bar, che conosce anche lui. Il gerente del tal posto, idem. Sembrano dover trovare per forza argomenti di conversazione, uno dopo l’altro.

Passano i minuti, lenti. Comincio a chiedermi che legame hanno quei due. Li osservo. Il malato è lui. La giacca di jeans un po’ lisa, i polsini sporchi. Il viso rosso, la camicia troppo larga. È dimagrito? Anche i pantaloni sembrano una taglia di troppo. Lei ha una giacca beige, pantaloni bianchi. Capelli neri, tintura low cost. Entrambi vicini alla sessantina. Lei lo sollecita, chiede, cerca nuovi argomenti.

Entra l’infermiera, è già il turno di mia madre. Per fortuna. Mi alzo di scatto, l’infermiera mi ferma, devo aspettare lì. Il giornale lo prendo io. I due seduti al tavolo proseguono la chiacchierata. Lei lo vuole distrarre. Fa venire l’ansia. Parlano del più e del meno, banalità. Ora mi è chiaro: questi due sono venuti lì insieme ma non si conoscono affatto. Avverto in lei un misto di empatia e di impazienza. Lui si sforza, ma è stanco di parlare. Guarda preoccupato verso il corridoio. Il silenzio adesso pesa. Arriva un medico: l’uomo si alza, una stretta di mano, due parole, poi si allontana con un’infermiera, lo sguardo basso, non un cenno. Il medico si mette a parlare con la donna. Lei non ascolta granchè, lo interrompe quasi subito, tende una carta da visita. “Le lascio il mio numero – dice – può chiamarmi se c’è bisogno”.

Silenzio. Il medico guarda la carta, poi la donna. E lei: “Si, io guido il taxi. L’ho solo accompagnato, non lo conosco. Ma se lui chiede, chiamatemi pure. Mi ha detto che non ha nessuno.” Poi un saluto, i tacchi frettolosi sul pavimento. Mi chiedo se ha lasciato andare il tassametro. Resto lì a guardare fuori dalla finestra. Il sole mi arriva addosso. Caldo. Soffocante. Poco dopo vengo chiamata anch’io. Mia madre chiede di me. Più tardi, lungo i corridoi e all’uscita cerco a caso fra la gente la tassista vestita di bianco, anche se so che non c’è più. Mia madre si guarda intorno anche lei. Non ha assisito alla scena, gliela racconto. Non pare sorpresa. Un attimo di silenzio e poi dice: “Ci sono varie umanità in questo posto, cara mia, varie umanità”. Già, proprio così. Varie umanità.

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