Diritto di sangue

Una storia di ordinaria discriminazione

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Questa settimana, in un post sui social network, i Giovani Verdi ci hanno ricordato che giugno è il mese delle manifestazioni nell’ambito dei diritti della comunità LGBTQ+. Il mese della rivendicazione di uguali diritti a pari doveri, un momento per ribadire che, all’alba del 2019, ogni forma di discriminazione basata sull’orientamento sessuale non può più essere accettata.

Proprio questa settimana, a Palazzo delle Orsoline, è però andata in scena una piccola, banale e sicuramente marginale storia di ordinaria discriminazione. Come qualunque frequentatore medio di Facebook ha potuto personalmente constatare, in occasione dell’ultima seduta del Gran Consiglio prima della pausa estiva, presso la sede governativa è stata riproposta la due giorni di donazione del sangue rivolta agli impiegati dell’Amministrazione e ai membri del Legislativo cantonale; quest’ultimi non hanno certo perso l’occasione di immortalarsi allungati sui lettini nei corridoi di palazzo con gli aghi nelle braccia e uno sguardo più o meno sereno sul viso. Intendiamoci, sino a qui nulla di male. Anzi. Si tratta di una giusta causa e di una lodevolissima iniziativa promossa e portata avanti dall’ex deputato (e medico) PPD Simone Ghisla.

Tuttavia, un ipotetico deputato omosessuale che, come i colleghi, avesse voluto donare il proprio sangue si sarebbe ritrovato in una spiacevole situazione. Inizialmente avrebbe compilato il formulario standard (un foglio A4 recto verso fitto di domande) e successivamente si sarebbe fatto misurare emoglobina e pressione (risultando, abbastanza sorprendentemente se pensiamo al caldo torrido e alle polemiche discussioni di martedì pomeriggio, addirittura in gran forma). Poi, però, il colloquio personale con il personale sanitario si sarebbe ben presto trasformato in una conversazione ai confini della realtà e dell’ipocrisia. Se il nostro deputato arcobaleno avesse risposto sinceramente alle domande “per soli uomini” presenti nel formulario, allora, per riuscire a donare il proprio sangue, avrebbe dovuto dare due risposte (cumulative) corrette ai seguenti quesiti: “Si trova in una relazione stabile da 12 mesi o più?” e “Si è astenuto da rapporti sessuali negli ultimi 12 mesi o più?”. Nonostante la cosa sembri surreale, per poter essere ammessa come donatrice, una persona gay deve imperativamente soddisfare entrambi questi requisiti: essere in una coppia stabile da più di un anno e, al contempo, praticare l’astinenza da almeno un anno (sic). Insomma, deve vivere una lunga e virginale relazione platonica. E tutto questo perché – in una visione a dir poco lombrosiana – gli omosessuali sono considerati maggiormente promiscui rispetto agli eterosessuali e quindi più a rischio di contrarre malattie sessualmente trasmissibili.

L’obbligo del doppio sì di cui sopra è solo un sotterfugio ipocrita che sancisce una discriminazione assurda e pure autolesionista, se consideriamo lo stato (precario) delle riserve di sangue del Centro Trasfusionale della Svizzera italiana (vedi link: https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Scarseggiano-le-scorte-di-sangue-11911631.html). Va da sé che il requisito della casta convivenza obbligatoria non si applica invece ai donatori eterosessuali, liberi di comportarsi da incalliti riproduttori seriali.

Anche a costo di sembrare scontati, è doveroso ripetere che il fattore di rischio nella trasmissione di malattie sessuali non è legato all’orientamento sessuale individuale ma ad un preciso comportamento a rischio, ovvero il fatto di avere numerosi rapporti con partner diversi, indipendentemente dalle loro inclinazioni sessuali. I virus, infatti, sono molto più democratici della gran parte degli esseri umani.

È pure utile ribadire che il sangue donato viene comunque testato prima di essere destinato ad un paziente e quindi le autocertificazioni concernenti lo stato di saluto e l’orientamento sessuale – per quel che valgono – vengono sempre verificate.

In un momento in cui le riserve di sangue sono ai minimi storici (addirittura critica la situazione dei gruppi 0+, 0-, A+, A- e B+, vedi: https://www.donatori.ch/) e considerando che l’estate è la stagione peggiore per le donazioni anche a causa delle sempre più elevate temperature, è giunto il momento di smascherare la grande ipocrisia che aleggia attorno a questo tema. Bisogna dire le cose come stanno: donare il sangue è un diritto di tutti, la malattia (sessualmente trasmissibile o meno) è cieca e non guarda in faccia a nessuno, mentre la discriminazione, per ora, ci vede benissimo.

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