Persi nel reboot spaziale

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“Lost in Space” è sicuramente un titolo che farà risuonare un campanello in molti di noi. I più “stagionati” ricorderanno la serie TV dei tardi anni ’60, in cui una perfetta famiglia dell’era atomica si ritrovava sperduta ai confini dello spazio conosciuto. All’epoca fu un successo, con oltre 80 episodi che la resero un piccolo cult.

Chi di voi è nato più di recente potrebbe invece ricordare l’omonimo film, uscito nel 1998. Pellicola emblematica della fiducia accordata alla computer grafica di quel periodo. Nel cast, tra gli altri, Gary Oldman l’insuperato Dracula di Coppola e Matt LeBlanc noto ai più come il Joey di “Friends”.

In questa nuova versione ideata da Matt Sazama e Burk Sharpless, distribuita da Netflix come se ci trovassimo di fronte a dieci piccoli lungometraggi da 60 minuti l’uno, la prima cosa che salta all’occhio è, tralasciando i grandi passi avanti compiuti nel campo degli effetti visivi, la palese evoluzione di differenti temi sociali e culturali negli ultimi cinquant’anni. Sono troppo giovane anagraficamente per aver visto tutta la vecchia serie quando uscì, ma avendo scovato il primo episodio nei meandri di internet, so di cosa sto parlando.

La famiglia modello della serie precedente è qui rimpiazzata da un nucleo famigliare più moderno e realistico, prendendo atto del fatto che non è più necessario fingere che ogni famiglia americana sia perfettamente coesa solo per sbeffeggiare i sovietici. Persa su un pianeta sconosciuto dopo un naufragio, la novella famiglia Robinson, mette in mostra le disfunzionalità di una famiglia riconoscibile e credibile. Un ritratto tutto sommato interessante che arricchisce non poco il filone avventuroso e fantascientifico.

In tutta onestà, va detto però che non si tratta di una serie leggendaria. L’idea di partenza è ovviamente un pochino stantia, come spesso capita con i reboot. I personaggi e la loro emotività non riescono a sfondare il muro che permetterebbe loro di essere come quelli di un “Game of Thrones”. Inoltre “Lost in Space” è un prodotto d’intrattenimento forse più di quanto in realtà dovrebbe essere. Con i classici finali in cui non manca l’aggancio o il cosiddetto “cliffhanger”, resi in modo mai banale. Questa serie ha così il merito di riuscire a fare ciò che molte altre produzioni ambientate nello spazio non sono riuscite: rendere in modo comprensibile la vastità e la desolazione di un viaggio interstellare, con reazioni e scenografie in grado di restituire davvero quel “Lost”, persi, del titolo.

Come bonus aggiuntivo, va però sottolineato che “Lost in Space” si mantiene su di un livello piuttosto “soft”, lontana da linguaggi troppo forti ed espliciti, rendendola un’opera che può essere comodamente visionata in famiglia.

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