Samia, morta in mare correndo dietro a un sogno

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Oggi è la giornata dei rifugiati. ricordiamo Samia, l’atleta olimpica somala morta nel Mediterraneo mentre cercava di realizzare i suoi sogni

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I morti in mezzo al mare non fanno notizia. Sono numeri a cui non si cerca di dare un volto, sono anime senza storia, individui senza passato e senza futuro nominati di corsa nei titoli dei telegiornali.

Oggi uno di quei volti, di quelle anime, di quelle storie, la vogliamo raccontare. Perché magari anche tutti quelli come lei smettano di essere numeri e diventino persone.

Si chiama Samia e ha solo diciassette anni quando corre i duecento metri alle Olimpiadi di Pechino. Con un tempo di 32,16 è ultima in assoluto in tutte le batterie. Ma non importa. Quello che importa è che Samia Yusuf Omar, nata a Mogadiscio da una fruttivendola e orfana di padre, cresciuta nella Somalia martoriata dalla guerra civile e dal disinteresse della comunità internazionale, sia su quella pista.

Quello che conta è che ha realizzato il suo sogno. Il pubblico l’ha amata e l’ha sostenuta comunque. La prossima volta, a Londra, farà meglio.

Con queste speranze Samia ritorna nella sua patria. Una nazione violentata prima dal colonialismo italiano, poi dalla feroce dittatura di Siad Barre e infine dal caos sopravvenuto alla sua caduta nel 1991. Torna ad allenarsi per le strade squassate dai colpi di mortaio, con addosso abiti scuri e pesanti affinché gli uomini appartenenti alle milizie al-Shabaab non si accorgano della sua presenza. In pochi conoscono la sua condizione di atleta olimpica, quasi nessuno l’ha vista alla televisione.

Samia continua a correre per tre anni, sempre alla ricerca di un allenatore per Londra.

Ma in Somalia è praticamente impossibile trovare qualcuno che si assuma il rischio di preparare una donna alle competizioni olimpiche.

Per questo decide di andarsene da Mogadiscio e di raggiungere l’Europa.

Come tanti altri connazionali, come tanti altri africani, come tanti altri uomini e donne, sarà una clandestina. Non importa che abbia corso a Pechino, anche per lei il deserto e il mare sono passaggi obbligati.

Samia attraversa Etiopia e Sudan, arrivando in Libia, dove forse ha dovuto patire le torture e le violenze che toccano a tutti coloro che attendono l’imbarco prigionieri dei commercianti di uomini. Alla fine è riuscita a salire su un barcone. E a largo di Lampedusa, mentre cercava di raggiungere l’Italia, Samia è annegata.

Questa storia l’hanno già raccontata in molti, perché tra i disperati che cercano di arrivare in Europa non capita tutti i giorni che ci sia un’atleta olimpica. Ma attenzione, su quel barcone Samia non era l’unica a correre e a non essere arrivata a destinazione. Lei correva verso Londra, altri verso i familiari che li aspettavano, verso un lavoro, verso una casa, verso una vita diversa. Una vita senza guerra, senza fame, senza povertà.

Pagina “Cannibali e Re”

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