San Suu Kyi come Orbán: la strana coppia contro l’immigrazione e l’Islam

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In un raro viaggio in Europa, la consigliera birmana e premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, ha incontrato il premier ungherese Viktor Orbán a Budapest. I due leader hanno trovato un terreno comune sul tema dell’immigrazione e la crescita demografica della popolazione musulmana, definendo quest’ultima “un problema”.

La fiaba (sfumata) di Aung San Suu Kyi e ciò che ci dice la Storia

“C’era una volta laggiù, dritto ad oriente, un Paese immerso nel verde smeraldino della giungla, che si chiamava Birmania…” inizierebbe probabilmente così la storia che riassume la vita di Aung San Suu Kyi, per anni paladina dei diritti umani e leader del movimento non-violento birmano. Un racconto romanzato di una donna e di un Paese troppo distanti (geograficamente parlando) da noi e, proprio come tutte le cose lontane, ci tocca poco e ci accontentiamo di realtà e verità sommarie, troppo semplificate o stereotipate. La vita di San Suu Kyi è un po’ come una fiaba di Andersen: tutti noi abbiamo in mente il finale positivo, in cui i nostri beniamini sconfiggono il cattivo e vivono per sempre felici e contenti ma, nella maggior parte dei casi, essa non corrisponde alla fine originale…

Per la figlia del generale e leader comunista Aung San, figura centrale nei negoziati del 1947 per l’indipendenza del Paese dalla Gran Bretagna, e dell’ambasciatrice Khin Kyi, il destino sembrava essere già scritto dalle stelle: liberare la Birmania dalla feroce dittatura militare, seguendo così le orme del padre.

Procediamo però con ordine. È il 1947 quando Aung San, dopo aver ottenuto la libertà della Birmania, diviene vicepresidente del Consiglio esecutivo della nazione. Tiene le redini del Paese per poco poiché nello stesso anno viene assassinato da alcuni oppositori politici, lasciando così a soli due anni San Suu Kyi orfana di padre. Nel 1948 la nazione viene proclamata repubblica indipendente, conosciuta come Unione della Birmania; e sale al potere U Nu, Primo Ministro socialista, nazionalista e di fede buddista, nonché amico e alleato di Aung San. Nonostante la Birmania si professi democratica il governo attuerà politiche repressive ed aggressive ai danni delle minoranze etniche e/o religiose (chin, karen, shan, mon e kachin) presenti sul territorio, che richiedevano la costituzione di una Stato Federale, maggiori libertà e riconoscimenti.

Nel 1962, un colpo di Stato, condotto dal generale Ne Win (convinto nazionalista e socialista, non marxista) sovverte la stabilità del Paese e destituisce il governo democratico. Inizia l’epoca della dittatura (socialista) militare e delle persecuzioni. I partiti non allineati con il pensiero dittatoriale vennero messi al bando, i giornali progressisti chiusi o censurati, mentre gli oppositori – principalmente comunisti e democratici – incarcerati e giustiziati.

L’8 agosto 1988, una rivolta studentesca passata alla storia come “rivolta 8888” provoca migliaia di morti, dato che il governo risponderà alle contestazione aprendo il fuoco verso i civili inermi. Ed è proprio in questo periodo che Aung San Suu Kyi si imporrà nella scena politica nazionale e diverrà l’icona guerriera che tutti noi occidentali abbiamo imparato a conoscere.

“C’era una volta una donna forte e determinata, che per i suoi ideali di libertà e uguaglianza al mondo si è fatta conoscere. È stata derisa, è stata a lungo carcerata, ma non si è piegata e alla fine ha vinto…” finisce così la sua storia per questo Occidente che a lungo l’ha osannata, come modello dei valori democratici e della non-violenza.

Ma la storia non andò a finire così e tuttora non è finita.

San Suu Kyi oggi è al potere, insieme ad altri democratici birmani, grazie a un patto stretto con gli stessi militari che per decenni hanno trucidato gli attivisti democratici, i loro stessi compagni. La fama e influenza esercitata da San Suu Kyi sul popolo e sull’opinione pubblica mondiale avrebbero potuto compromettere seriamente l’esistenza del Consiglio di Stato per la Pace e lo Sviluppo (ovvero la giunta militare). Le alternative erano due: o arrendersi e farsi processare per crimini contro l’umanità oppure cedere parte del proprio potere ed allearsi con i democratici. I militari hanno scelto la seconda opzione e così sono passati ad essere una minoranza in parlamento (dal 77% al 25% di deputati) e a cedere il posto a San Suu Kyi, ma sono sempre lì, non hanno pagato per tutta le sofferenze che hanno causato al proprio popolo.

Anzi, continuano tuttora a perpetrare crimini contro le minoranze del paese: i Rohingya vi dicono forse qualcosa? San Suu Kyi non ha mosso un dito per difendere queste persone, dimostrando a tutti che è complice di questi massacri definiti da molti come genocidio.

San Suu Kyi, Orbán e i migranti musulmani che non hanno

San Suu Kyi e Orbán. Lei democratica e buddista, premio Nobel per la Pace. Lui, populista e cattolico, uomo di estrema destra autoritario. Cosa potrebbe mai unire due mondi così distanti?

La risposta è nella nota ufficiale riportata dai quotidiani locali: “Il primo ministro Viktor Orbán ha incontrato a Budapest mercoledì Aung San Suu Kyi, consigliere di Stato del Myanmar: hanno discusso di immigrazione illegale e dei legami bilaterali nei settori dell’economia, dell’istruzione e della cultura. L’immigrazione illegale è una sfida primaria sia per il Myanmar sia per l’Ungheria, sia per il Sud-est asiatico che l’Europa in generale e il problema di come vivere insieme alla crescente popolazione musulmana è emerso in entrambe le regioni, ha detto Bertalan Havasi, portavoce del premier, riassumendo i colloqui che si sono svolti nell’ufficio del primo ministro”.

San Suu Kyi con il premier ungherese Orbán

Peccato solo che le cose, in entrambi i Paesi, non siano propriamente così. I due leader possono fare sogni tranquilli, il pericolo “Islam” è l’ultimo dei loro problemi.

Se confrontiamo i numeri, vediamo che in Myanmar i fedeli musulmani sono meno del 5% della popolazione a cui, fra l’altro, bisogna sottrarre circa un paio di milioni di rohingya; in parte sterminati, in parte ammassati nei campi profughi del Bangladesh.

Quindi non è tanto una questione di “musulmano che entra illegalmente”, ma di “musulmano che esce illegalmente” e con illegalmente non si intende la persona ma il procedimento con cui essa viene depredata dei suoi beni e sbattuta fuori. Questo sì che è illegale.

Se invece vogliamo vedere la cifra dei seguaci di Maometto presenti in Ungheria possiamo comunicarvi che sono una cifra talmente insignificante da non essere nemmeno presi in considerazione nelle statistiche. Per non parlare poi del fatto che le frontiere ungheresi sono chiuse per i profughi.

Speriamo che le testate locali abbiano saltato qualche punto perché sentire due capi di Stato che parlano di problemi inesistenti, solo per ammazzare il tempo, appare un po’ come una presa per i fondelli.

La lotta degli ultimi è la lotta di tutti

“C’era una volta Aung San Suu Kyi, una donna dagli ideali forti e giusti. Oggi quella persona non esiste più…”

San Suu Kyi non è stata solo la beniamina dei governi e politici occidentali, ma anche di tutta quella gente, sottoscritta compresa, che si rispecchia negli ideali pacifisti e di difesa dei diritti umani. Questo cambio di rotta è uno schiaffo morale a chi ha passato tutta la vita combattendo per i valori portanti della nostra umanità, per cui l’essere umano di qualsiasi etnia, sesso, ideologia e classe sociale ha sempre combattuto: libertà, uguaglianza, fratellanza, rispetto, pace.

Perché ci vuole tutta una vita per essere portavoce di tale pensiero, cultori del seme e del frutto della non-violenza. Ci vuole tempo per far breccia nel cuore e nello spirito dell’uomo, per far sì che si senta convolto, per far sì che la lotta degli ultimi divenga la lotta di tutti.

San Suu Kyi è stata un grande esempio, ma anche il pacifista più convinto se non combatte prima con se stesso, con le sue passioni e pulsioni rischia di lasciarsi sopraffare dal potere e dalle soluzioni facili, ma non per questo giuste, come la guerra.

“C’era una volta un’ideale di Pace. Un giorno perse la sua Voce più potente ma non per questo si lasciò abbattere, perché è proprio dalla cenere e dalle sconfitte che risorgono le fenici…”

Sfollati Rohingya lungo la frontiera tra Myanmar e Bangladesh © Zakir Hossain Chowdhury/Anadolu Agency/Getty Images

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