Sanzioni, sabotaggi, false notizie e guerra

Nonostante l’esperienza del 2003 delle inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, gli USA continuano nella loro opera di diffusione di false notizie attraverso i media, in questo caso contro l’Iran, per giustificare una politica estera aggressiva.

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Se i media avessero imparato qualcosa dall’esperienza del 2003, quando gli USA, per giustificare l’invasione dell’Iraq, accusarono Saddam Hussein di possedere armi di distruzione di massa, oggi starebbero più attenti nel propagandare le accuse degli americani contro l’Iran, sulla base di false e inconsistenti notizie. (Ne avevamo parlato in questo articolo)

La sera di giovedì scorso (il 13 giugno) i titoli e le prime pagine dei maggiori siti di informazione statunitensi hanno dimostrato che tutto si ripete e l’esperienza dell’occupazione del 2003 non è servita; per ogni menzogna c’è sempre una prima volta, a forza di ripeterla la si fa diventare verità.

La mattina di giovedi 13 giugno due petroliere, in transito nel golfo di Oman, sono state oggetto di un presunto attacco la cui natura e responsabilità non sono state ancora definite.

Le due cisterne, di proprietà giapponese, trasportavano rispettivamente un carico di etanolo diretto a Taiwan, e un carico di metanolo diretto in Arabia Saudita; proprio quest’ultima ha subito un attacco che ha squarciato lo scafo poco sopra la linea di galleggiamento. Gli equipaggi sono stati tratti in salvo dalla marina militare iraniana e dalla quinta flotta USA di stanza nella zona, entrambi hanno risposto alla richiesta di soccorso.

Questo attacco è arrivato:

1- Ad un mese esatto da quello avvenuto al largo di Fujaira, nelle acque territoriali degli Emirati Arabi Uniti (EAU), nei confronti di quattro diverse petroliere, le cui dinamiche non sono stati mai chiarite, sebbene una indagine indipendente condotta dagli EAU e presentata in una sezione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, abbia attribuito la responsabilità dell’attacco ad un “attore statuale” senza nominare l’Iran.

2- L’incidente di giovedi, di maggiore entità, è giunto proprio nel momento in cui era in corso, a Teheran, una visita di Stato del primo ministro giapponese Shinzo Abe, per mediare fra l’Iran e gli USA, nel tentativo di scongiurare una deriva militare dello scontro in atto tra due Paesi, fino a questo momento solo diplomatico e commerciale.

Subito dopo il presunto attacco gli americani hanno puntato il dito contro Teheran; Mike Pompeo, segretario di Stato, parla di “spudorati attacchi” con il fine di “aumentare la tensione e creare instabilità”. Poche ore dopo viene diffuso un video poco chiaro, di dubbia qualità ed affidabilità, del comando centrale statunitense in Medio Oriente, che mostrerebbe alcuni pasdaran occupati a rimuovere una mina inesplosa da una delle petroliere, con lo scopo di eliminare prove dell’attacco iraniano.

Che gli americani siano specialisti nel diffondere bufale è risaputo, e quanto sopra detto ne è la prova; le mine, tra l’altro, si rimuovono con le dragamine e non con le mani.

A favore dell’Iran c’è la testimonianza dell’armatore giaponese, Yutaka Katada, il quale, durante la conferenza stampa, afferma che il suo equipaggio ha visto un oggetto volante attaccare la cisterna e che, testuali parole, “non credo che sia stata una mina o un missile sottomarino a colpire il lato della nave”.

Singolare come, solo un giorno prima delle esplosioni ai danni delle due cisterne, Mike Pompeo informava i membri del Congresso, in seduta per il bilancio della difesa del Paese, su potenziali prove e giustificativi per un attacco all’Iran.

Non tarda la risposta di Teheran, per bocca del Ministro degli Esteri iraniano M.J.Zarif: “Le illazioni degli USA sugli attacchi sono parte del sabotaggio diplomatico della banda delle 4B (Bibi Netanyahu, Bolton, Bin Salman e Bin Zayed) che propagandano iranofobia”.

L’autorevolissimo corrispondente di guerra di Haartez, Zevi Bar’el, scrive: “L’Iran è il primo sospettato, ma è il più improbabile”.

Nel frattempo la Casa Bianca invia 1000 soldati a ricongiungersi ai 10’000 già presenti, a sostegno della quinta flotta di base nel Bahrein; lo scorso maggio erano giunti nel Golfo navi, portaerei di guerra e bombardieri a sorvegliare il transito di 18.5 milioni di barili al giorno.

Il vertice dell’OPEC che si terrà a Vienna, all’inizio di luglio, rischia di non arrivare ad una conclusione, visto lo scenario esplosivo; i sauditi vogliono i tagli produttivi per sostenere i prezzi alti, mentre i russi ritengono non sia il caso di ridurre la produzione del greggio.

La sola via di uscita dallo stallo rimane la diplomazia; non a caso la situazione, incandescente, verrà discussa nel corso del G20 a Osaka, il 28 e 29 giugno.

Per disinnescare le politiche rischiose ed aggressive di Donald Trump è necessario che gli attori internazionali di peso facciano fronte unitario.

Oggi più che mai sarebbe utile che l’UE parlasse con una sola voce e non si spaccasse, come accadde nel 2003 durante l’invasione dell’Iraq. Noi cittadini europei dovremmo aspirare  ad una Europa forte, unita e federale capace di incidere sullo scacchiere internazionale, specialmente in quello mediorientale; un comportamento contrario a quello a cui mirano tutte le forze populiste, sovraniste e nazionaliste spuntate negli ultimi anni in molti paesi europei.

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