Satira libera tutti!

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La settimana scorsa il New York Times ha annunciato che, a partire dal primo di luglio, rinuncerà alle vignette di satira politica. Per la verità, lo stop a disegni e autori di satira, non stupisce più di tanto. La decisione era nell’aria. Casomai si tratta della cronaca di un’autocensura annunciata, decisa sulla scorta del vespaio e delle accuse ricevute ad aprile quando, sull’edizione internazionale del giornale, fu pubblicata una vignetta ritenuta da una consistente fetta dell’opinione pubblica come antisemita.

La vignetta della discordia, opera del caricaturista portoghese António Moreira Antunes, rappresentava Donald Trump come un cieco. Al suo guinzaglio il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a fargli da cane guida, con la Stella di David appesa al collare. “Anche i nazisti dipingevano gli ebrei come animali, cani, scimmie e maiali, con attaccata la Stella di David”, aveva tuonato il Jerusalem Post. E benché l’autore della vignetta non avesse l’intenzione di farne una bandiera antisemita, in quell’occasione, il New York Times s’era scusato pubblicamente scaricando Antunes comunque giudicato indifendibile.

Così, per non avere in futuro ulteriori grattacapi, i vertici del quotidiano newyorkese, in barba alla libertà di stampa, alla faccia della tradizione d’indipendenza del giornale, arrivando al punto d’infischiarsene perfino del tanto sbandierato Primo Emendamento, hanno chiuso baracca e mandato la satira politica in soffitta. Con tutto quello che ne consegue di fronte a questo davvero pessimo segnale. Perché il diritto di satira va da sempre a braccetto con la democrazia, il cui grado di purezza si misura innanzitutto verificando la possibilità d’esprimere o meno il proprio dissenso di fronte a chi siede nella stanza dei bottoni. Di fronte a Trump e ai suoi sodali. Soprattutto al cospetto del potere che si fa dittatura.

Esattamente com’era accaduto più di settant’anni fa quando a picconare a colpi di satira il delirio di fascismo e nazismo ci avevano pensato anche personaggi come Walt Disney o un certo Charlie Chaplin. Lui nel 1938 aveva scritto “Il Grande Dittatore” provocando reazioni non certo univoche nell’ambiente del cinema. La Motion Picture Association of America, lo avvertì del rischio censura che, anche in patria, avrebbe probabilmente corso. Eppure, anche con quella sua potente crepa contribuì a sgretolare la follia di gente come il Führer e chi lo venerava manco fosse Dio sceso in Terra. Del resto “La fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà”. Era questo che urlavano a gran voce nel 1968 i manifestanti del maggio francese. Perché? Perché se di una cosa terribile così come può esserlo una dittatura puoi riderne, allora – in fondo – non fa poi così paura.

Di riderne era accaduto perfino in un cartone animato, con Paperino protagonista. Dove Goebbels suonava il trombone, l’imperatore Hirohito il sousafono, Goering un ottavino e a chiudere la fila c’era un certo Mussolini sotto il peso di un’enorme grancassa. Tutti quanti a tirare la volata a quel pazzo furioso di Adolf. Una persona tanto disturbata da meritarsi una camera tutta per sé in un ospedale psichiatrico, piuttosto che un trono da imperatore del Reich. Ma si sa, è proprio quando si perde la misura delle cose del mondo e ci si trova costretti a rinunciare a una risata che, tutto quel che ci sta attorno, risulterà inevitabilmente più triste, più cupo e buio. Esattamente come i tempi che ci sono toccati in sorte.

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