Si fa presto a dire cultura

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Provate a dire a chi sul Piano di Magadino coltiva pomodori, melanzane o zucchine, facendo un uso massiccio di pesticidi, che il suo non vi pare un modo sostenibile di fare agricoltura. Provate a farlo. Minimo vi guarderà di traverso per capire cosa cazzo volete davvero da lui. Ma se vi va bene non si limiterà a quello e vi vomiterà addosso tutto il disagio e il malessere che cova dentro. Magari vi manderà anche a quel paese. Perché per coltivare la terra e vivere dei suoi frutti, due sono le cose: o quella terra la ami davvero, ti ci confronti e la sfidi, oppure lei si mangerà te. Impossibile immaginare una via di mezzo o chissà quale altro trucco.

Per la cultura è la stessa identica cosa. Guarda caso, alla radice della parola c’è proprio il verbo latino coltivare. Sostituite quindi “fare agricoltura” con “fare cultura”, al posto dei pesticidi ci mettete la pioggia di soldi con cui dalle nostre parti s’innaffia (male) la cultura e il gioco è fatto. Tutto torna. E rimanendo nella metafora, potrà forse sembrarvi banale da dire, ma non tutti i terreni sono adatti alla semina. Provate a farlo nel deserto e poi mi direte. Che suolo sia quello ticinese, lo lascio scegliere a voi. Quello che invece di sicuro non è, basta leggerlo su www.ticino.ch dove la propaganda pro-turismo narra che: “Il Ticino è terra di artisti”, in Ticino “la cultura è di casa.” Ma attenzione: il meglio deve ancora arrivare. Occhi aperti. Perché “ti accorgerai che arte, architettura e storia si intrecciano con la natura e il paesaggio.”

Come no. Basta andare sul cantiere di Via Murate a Bellinzona per vedere come, appiccicati alle mura di un complesso di fortificazioni patrimonio UNESCO, stanno costruendo quattro-condomini-quattro e non certo per valorizzare il prezioso manufatto di cui sopra. Delle ville e degli interi quartieri rasi al suolo a Lugano, anche lì lasciamo perdere. Però una cosa ve la voglio raccontare. È un aneddoto che mi riguarda. Di quando alla fine degli anni Novanta andai in Siria perché mi andava di farlo. In una Siria che non c’è più. In quel luogo bellissimo e raro che ormai esiste solo nella mia mente. In un cassetto della memoria. Una delle cose per le quali rimasi stecchito, senza parole, fu quando mi spiegarono perché di fianco ai manicomi era buona abitudine che sorgessero dei conservatori.

La prima cosa che pensai fu: per coprire le urla provenienti dalla vicina struttura sociopsichiatrica. A quella spiegazione il mio interlocutore sorrise. Perché la musica è terapeutica, mi disse. Ecco perché. Lo è anche la poesia, può esserlo la letteratura. In generale, l’arte e la cultura. Rimasi per giorni a pensare come quella semplice e preziosa verità mi fosse sfuggita fino ad allora. Così, se devo pensare alla cultura e al Ticino, sarà un’esagerazione, leggetela come una provocazione o quel che vi pare, ma io penso esattamente alla Siria di oggi. Penso a un deserto, a un cumulo di macerie dove, chi si riempie la bocca della parola cultura, lo fa con lo stesso spirito di chi asfalta la foresta amazzonica. Con la stessa grazia di un carro armato che esattamente trent’anni fa spianava la protesta in Piazza Tienanmen.

“In Ticino la cultura è di casa. Visita una regione dove la cultura è di casa. In Ticino scoprirai le arti a 360° gradi. Armati di macchina fotografica, inizia l’avventura!” Buona fortuna, amico mio. Gira pure, armato di grandangolo, tra le vestigia e le rovine di una terra in cui l’unica cultura rimasta è quella del dio soldo, anche quando si parla di promozione dei beni paesaggistici, architettonici o delle grandi e piccole realtà culturali che, malgrado tutto, ancora sopravvivono. “Ammira la bellezza delle chiese romaniche, visita il museo di Hermann Hesse e guarda i tesori architettonici delle città. Ma immergiti anche nello stile di Mario Botta e nel nuovo LAC. Scopri i due siti ticinesi scelti dall’Unesco come patrimonio mondiale dell’umanità. Ma non partire prima di aver scoperto la Scuola Teatro Dimitri e il Conservatorio della Svizzera italiana. Lasciati ammaliare da un cantone dove l’amore per l’arte regna incontrastato.”

Caffelatte e amore per l’arte a colazione. Tutti i santi giorni. Soprattutto per la settima arte. A proposito, vi viene per caso in mente un film ambientato e girato in Ticino che abbia fatto il botto anche al di fuori dei confini cantonali o svizzeri? Difficile, vero? Eppure io uno ce l’ho. Si chiama “Le conseguenze dell’amore”, il secondo film del regista premio Oscar Paolo Sorrentino. Uscito nelle sale quindici anni fa. Guardatevelo se ancora non lo avete fatto. Ci ritroverete il Foxtown, scorci di Chiasso, Lugano, il Viale Stazione e Piazza del Sole per ciò che riguarda Bellinzona. Una scena fu perfino girata in mezzo ai campi del Piano di Magadino, giusto per tornare alla metafora iniziale. Eppure nessuno, in Ticino, lo volle co-produrre. Neppure la RSI. Nessuno ne colse il potenziale. Paolo però non mollò e qui girò comunque. Qui dove secondo lui la sua storia doveva essere raccontata, perché i luoghi, quelle che ho chiamato macerie erano parte essenziale della sua storia. Ecco perché uscire dal proprio guscio, dal proprio provincialismo (abbandonando i proclami e le faide tribali che circondano questo tema), è forse l’unico modo per poter coltivare davvero qualcosa, anche quando si tratta di una merce rara e preziosa, nutrimento per l’animo, così come talvolta riescono a esserlo arte e cultura.

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