Traballa il trono di Netanyahu

Benjamin Netanyahu in serie difficoltà, fa saltare i piani di Donald Trump per il medio oriente. La stella del premier israeliano sembra ormai una meteora fuori controllo.

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Penso che il padrone d’Israele non abbia mai letto il Gattopardo o visto il film di Visconti, ma la frase di Tancredi, nipote del principe di Salina, “se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi” è la più adatta per descrivere una decisione che ai più sembra inspiegabile.

Altro che il trionfo di “King Bibi”! Ad un mese e mezzo dalle elezioni anticipate dell’aprile scorso, il politico che intendeva passare alla storia come il premier più longevo d’Israele, si trova a sancire l’inizio della crisi e il caos istituzionale, e forse anche la fine del suo dominio.

Benjamin Netanyahu è primo ministro di Israele dal 31 marzo 2009, e il 9 aprile 2019 correva per il quinto mandato, definito da mesi come un referendum sulla sua persona. Questa elezione l’aveva convocata egli stesso nel dicembre del 2018, a causa della debolezza della maggioranza; ma dopo le elezioni, non gli sono bastate le sei settimane concesse per formare una maggioranza di almeno 61 seggi e così, per la prima volta nella storia d’Israele, l’assemblea parlamentare, la Knesset, ha votato la legge che scioglie l’assise uscita dal voto, con 75 voti favorevoli contro 45 contrari, e ha indetto nuove elezioni per il 17 settembre prossimo.

In uno scenario istituzionale senza precedenti, il parlamento, su ordine del Likud, il partito del premier, ha optato per il proprio scioglimento pur di impedire al presidente dello Stato, Reuven Rivlin, di affidare un nuovo incarico ad un altro deputato di destra o dell’opposizione di centro-sinistra, guidata da Benny Gants. Ecco perché diversi analisti ed esperti di politica mediorientale ritengono quello che si è visto nella notte di mercoledi scorso sia “un suicidio di massa politico”.

Sono due i principali motivi del fallimento e dell’inaspettato tentativo di “Re Bibi” di formare la coalizione di governo. Il primo consiste nel mancato accordo tra il Likud e il partito nazionalista di Avigdor Lieberman (detto il Russo) Israel Beytenu, riguardo all’esenzione dal servizio militare per gli ebrei ultra ortodossi. Già nella primavera del 2018, lo scottante tema “servizio militare per tutti” aveva portato il governo sull’orlo della crisi; la Knesset era riuscita ad approvare, con l’aiuto dell’opposizione, una legge volta all’obbligo di leva per tutti, compresi gli ultra ortodossi.

In questo contesto di contrapposizioni e giochi di potere, la magistratura continua a ricoprire un ruolo di garante; per questo, ed ecco il secondo motivo, migliaia di cittadini sono scesi in piazza a Tel Aviv, nella notte fra il 25 e 26 maggio, in una manifestazione “pro democrazia” a tutela dell’indipendenza della magistratura dall’ingerenza della politica. Perché Netanyahu è accusato di aver intascato beni e regali per ben 270 mila dollari, in sigari e champagne di marca, in cambio di favori politici.

Secondo il filone d’inchiesta egli avrebbe varato regolamenti favorevoli a una compagnia di telecomunicazione, in cambio di una copertura stampa a suo vantaggio; avrebbe anche beneficiato di articoli e reportage lusinghieri sul proprio operato apparsi sul quotidiano più venduto del paese, Yedioth Ahronot, in cambio di provvedimenti vessatori e discriminanti nei confronti di un media rivale.

Netanyahu rischia una condanna da tre a dieci anni di prigione ma si difende rivendicando la propria innocenza e parlando di una “caccia alle streghe” di matrice politica.

A tutto questo si aggiungono le spaccature interne al Likud, con la sfida in atto fra lo stesso Bibi e Gilad Erdan per il controllo del partito.

Le decisioni della Corte Suprema sono attese per luglio 2019.

Sul piano internazionale il tracollo di Netanyahu nel formare il governo fa saltare i piani di Trump su Israele – Palestina. La presentazione del “deal of the century” per il Medio Oriente, che avrebbe dovuto essere promosso in questi giorni dal genero consigliere del presidente statunitense, Jared Kushner, perde ogni significato e rischia di essere annullata dal governo che nascerà il 17 settembre 2019.

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