Una villa per i bellinzonesi?

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Già tutelata quale bene culturale per essere una delle più significative testimonianze della belle époque bellinzonese, l’acquisizione di villa Bonetti da parte del Comune, è però vista come fumo negli occhi dal solito gruppo Lega-UDC che considera l’ipotesi d’acquisto come l’ennesimo sperpero di denaro pubblico.

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A pochi passi da piazza Orico (piazza si fa per dire dato che è una strada), incastonata tra vicolo Sottocorte e via Salvioni c’è una preziosa gemma che brilla da oltre un secolo a soli due passi dal centro storico di Bellinzona. È villa Bonetti, una tra le ville di maggior pregio presenti nella capitale. Realizzata tra il 1911 e il 1913 dall’imprenditore Giovanni Battista Bonetti, il disegno dell’edificio venne realizzato dall’architetto Enea Tallone, noto anche come pittore e per aver progettato l’attuale Municipio della città, l’atrio del Teatro Sociale, il Grottino Ticinese e altri costruzioni di pregio disseminate per la Turrita.

Ora, dopo una lunga serie di travagliate vicende di carattere ereditario, il prossimo 9 di luglio la villa verrà messa nuovamente in vendita, questa volta all’asta, per conto dell’Ufficio esecuzione e fallimenti che cercherà di coprire una parte dei debiti accumulati dall’attuale proprietario. La stima fatta del valore dell’edificio è di addirittura 7,6 milioni di franchi e, malgrado non si tratti certo di bruscolini, il Municipio si è detto interessato all’acquisto dello stabile per preservarne il valore storico e utilizzarlo in occasione di seminari, esposizioni o ricevimenti istituzionali. Il giardino diventerebbe invece un piccolo parco urbano aperto a tutti.

Già tutelata quale bene culturale per essere una delle più significative testimonianze della belle époque bellinzonese, l’acquisizione della villa da parte del Comune, è però vista come fumo negli occhi dal solito gruppo Lega-UDC che considera l’ipotesi d’acquisto come l’ennesimo sperpero di denaro pubblico. A maggior ragione considerando il recentissimo credito straordinario di oltre 300.000 franchi accordato al Teatro Sociale e i soldi versati in precedenza per coprire il buco legato alla gestione dei castelli. Ora, che Bellinzona abbia un serio problema con la gestione e l’offerta culturale cittadina sarà anche un fatto, che abbia bisogno di un rilancio e la capacità di ritrovare lo smalto di solo qualche decenni fa, pure. Ma che tutto questo debba passare attraverso la rinuncia a villa Bonelli è davvero follia.

Tanto più se pensiamo che il primo ad aver immaginato l’edificio come una risorsa della città nonché la sede di una scuola internazionale di clownerie era stato il cappellaio matto già sindaco emerito (si fa per dire) Brenno Martignoni. Uno che invece godeva proprio dell’appoggio di Lega-UDC. Oggi però, quello che valeva allora, sembra non valere più. In linea con la miopia politica che tanti danni ha fatto un po’ ovunque in giro per il bel Ticino (si fa per dire) demolendo, cancellando, impoverendo il nostro patrimonio paesaggistico e architettonico-culturale. Non paghi del loro niet, sulla scorta anche dei vari malumori espressi sui social, Lega e UDC si sono detti pronti a raccogliere le firme necessarie per votare su questo tema perché la decisone, a loro dire, è stata presa “da un consiglio comunale non rappresentativo dei suoi cittadini”. E quindi chi meglio dei bellinzonesi potrà decidere sul da farsi?

“Si è fatto tanto parlare della protezione dei nostri monumenti storici; è bene farlo a parole, anche con delle dichiarazioni – si è giustificato il sindaco Mario Branda in un’intervista a TeleTicino – Abbiamo modificato anche i nostri regolamenti per mettere sotto tutela alcuni importanti immobili. Qui vogliamo fare un passo in più e garantire alla città un immobile di grande valore, conservarlo e consegnarlo alle future generazioni“.

Discorso che non fa una grinza, malgrado sette milioni e rotti di franchi non siano proprio noccioline. Eppure, pensando al valore che la cultura ha e come non sia mai un errore voler investire oculatamente su di essa, non posso non pensare a “All you need is Pablo”, il motto con il quale nel 1967, al fine di mantenere due quadri di Picasso al Kunstmuseum della città, i giovani basilesi riuscirono a convincere gli elettori a spendere più di sei milioni di franchi per l’acquisto delle due opere d’arte. E Picasso, talmente rimase colpito da quell’iniziativa, regalò a Basilea altre quattro sue opere. Cosa accadrà a Bellinzona è ancora prematuro dirlo, ma, di sicuro, c’è che quando il sole della cultura è basso, i nani sembrano essere dei giganti. Compresi quelli targati Lega-UDC.

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