All’ombra dell’ultimo cedro

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La notizia è nota. Rimbalzata sui social nervosa come una pallina da ping pong. Hanno tagliato i cedri davanti alla stazione ferroviaria di Bellinzona. Bye bye… e non li rivedremo più. Non così. Non loro. Forse altri, sempre che qualcuno di voi riesca a campare come me 150 anni. So bene che siamo tutti assillati da problemi più importanti come decidersi sul modello di scarpe nuove, trovare l’ombretto giusto per la cena di stasera o ricordarsi di ordinare online l’ultimo videogame sparatutto appena uscito o magari scegliere l’alettone della prossima auto sportiva che dovrà essere rigorosamente rossa, di un rosso Ferrari, ma presa da un attimo di nostalgia per quei maestosi vegetali, ho voglia di parlarvene ugualmente.

Quella che vi sto per narrare è la cronaca di una morte annunciata, e non perché fosse nell’aria che si sarebbero ammalati i cedri secolari, ma perché nella ridente Capitale ci si è ormai buttati a capofitto nella cementificazione, nell’edificazione poco edificante di interi quartieri manco si stesse costruendo Milano 2. O una Lugano 2. Visti gli affitti che girano nella Monte Carlo sul Ceresio. Comunque sia nella Turrita non solo si costruisce, ma si abbatte anche ogni albero che intralci questo suo radioso futuro. Ogni qualsivoglia fattispecie frondosa non ha via di scampo. Il verde è bandito come nel Far West. Con tanto di taglia… o di taglio… e ricompensa. Per il bene della cittadinanza. Ci dicono e ci rassicurano anche che doveva andare così e “per fortuna che l’abbiamo fatto, è per l’incolumità di tutti!” E noi, asfittici e cerei, ci crediamo.

Di tutti, ma non per il bene dei cedri. A Bellinzona si praticano eutanasie attive a ogni piè sospinto, non perché le povere piante secolari l’abbiano deciso loro, ma perché l’hanno fatto gli altri per il loro bene. “Tanto sono malate…”, “C’era poco da fare…”. “Dai, accendi la motosega che ci divertiamo!”. Per i platani accanto alla Piazza del Sole è probabilmente solo questione di tempo. Non ci resta che aspettare. E come d’incanto ci sveglieremo una mattina con la spianata delle moschee davanti alla Migros. Intanto, vecchi cari cedri, addio. Erano una presenza costante, dolce come la crostata della zia, rassicurante come l’odore dolce della carta dei vecchi libri e il profumo dell’aula delle elementari, fedele come il tuo migliore amico a quattro zampe. Con loro non potevi che iniziare bene la giornata. Ti sentivi in pace con il mondo.

Può far sorridere, ma è così. E poi relativizzavi tutto, perché davanti alla loro maestosità, tu eri nulla. Specialmente da bambino. E dal momento che non eri nulla, ti apparivano nulla anche tutti i tuoi problemi. Erano lì, ti accoglievano quando arrivavi e ti accompagnavano quando partivi. Ora non ci sono più, sradicati per sempre. Ora davanti agli occhi si staglia solo un cumulo di macerie e cemento. Dicono si stia ammodernando la piazza della stazione. Ci saranno panchine avveniristiche, spiazzi per comizi e piante futuristiche per non rovinare la prospettiva, esenti da foglie caduche per non sporcare, prive di resina per non macchiare, senza fotosintesi clorofilliana per non rubare energia e senza anima per non ammalarsi e non morire mai, in similverde resistente a tutti gli agenti atmosferici, fuga di uranio compresa e immune da tutti i parassiti. Meraviglia delle meraviglie. Asettiche creature in stato vegetativo in un ambiente finalmente sterile. ”Bisturi prego!”

Poveri amici cedri. Eravate al mio fianco durante gli anni del ginnasio, c’eravate ancora quando frequentavo il liceo. Erano lì ad aspettarci e se li volevi incontrare, c’erano ed erano sempre allo stesso posto. Per me che sono ipovedente, quando uscivo dalla stazione, mi accorgevo di essere arrivata al punto giusto per prendere il bus anche perché sentivo il caldo diradarsi all’ombra dei cedri e tutto diventava un po’ più scuro, lasciando solo una luce fioca che ti avvolgeva come se fosse arrivata una nuvola. Una favola, un mistero, un sogno. La forza dell’albero maestoso, le cui gigantesche fronde, in perpetuo movimento, ti stavano a indicare la direzione del vento che ogni santo giorno spira a Bellinzona. Ma a quanto pare era l’unica cosa giusta da fare. Me lo ripeto come avrà fatto chi amministra la Capitale. Così da non rischiare di rimanere impigliato in un qualche senso di colpa.

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