Camilleri, il vuoto della saggezza

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Non è bello quando se ne va uno dei grandi, anzi: il migliore. Però sono cose che accadono e questa settimana ci ha salutati definitivamente Andrea Camilleri, il massimo esponente del giallo italiano. L’autore che, dopo Umberto Eco (che ha rotto il ghiaccio nel 1982 con «Il nome della rosa»), ha definitivamente tolto il «genere» dal limbo della scrittura sottovalutata, o da edicola. Con Andrea Camilleri il noir ha trovato dignità mai conosciuta. Lui, lo scrittore siciliano, ha infatti saputo mettere d’accordo pubblico (ha venduto 30 milioni di copie in Italia) e critica (uno dei pochi viventi ad esser pubblicato nei Meridiani, l’unico giallista). La sua storia è abbastanza anomala.

Gran parte della sua vita professionale viene consumata in Rai (come regista, come responsabile delle traduzioni in sceneggiati di grandi gialli: Maigret e Sheridan…) e per suo diletto si mette a scrivere solo una volta varcata la linea della pensione. I racconti comunque gli sono sempre piaciuti, non importa se raccontati o ascoltati, letti o scritti. Tant’è che il primo incoraggiamento alla scrittura gli arriva dal padre il quale, degente all’ospedale, lo incita a raccontargli storie per compagnia, e poi a scriverle. 

I suoi primi due titoli passano inosservati. Poi, volendo personalizzare la propria scrittura, ha scritto il primo giallo, con Montalbano protagonista (il nome ovviamente arriva dal collega spagnolo Vazquez Montalban). «La forma dell’acqua», del 1994, ha un discreto successo. Due anni dopo ecco il secondo Montalbano, «Il cane di terracotta». I due gialli vengono pubblicati da Sellerio, su sollecitazione di Leonardo Sciascia. A quanto pare l’accordo tra lo scrittore ed Elvira Sellerio (una donna che meriterebbe una statua per quanto fatto in Italia per la cultura!) prevede, dopo i due noir, la stampa di una ricerca storica («Il corso delle cose», scritto nel 1967). E invece no, da Palermo chiedono il terzo giallo. Con «Il ladro di merendine», sempre del 1996, esplode il «caso Camilleri». Da qui in avanti può pubblicare anche l’elenco del telefono ma l’esito non muta: primo posto nelle vendite.  I titoli si succedono in questi 30 e passa anni e la narrativa di Camilleri non conosce pause. Anche perché, scriva gialli con il commissario, titoli storici (fantastici «La bolla di Componenda» e «La concessione del telefono») o racconti… la qualità è sempre ai massimi livelli. In un libro intervista con Marcello Sorgi, il palermitano suo amico che ha diretto «La Stampa» ed il «Tg1» Camilleri ha rivelato un aneddoto a nostro modo di vedere assai significativo. Alla domanda sul segreto della sua scrittura risponde: «Il rispetto. Io non posso mettermi davanti alla macchina da scrivere se non sono vestito come nelle grandi occasioni: dunque sbarbato e profumato, con giacca e cravatta. Anche lavorando in casa, la divisa d’ordinanza è quella, perché la scrittura merita rispetto». Ecco,  Andrea Camilleri è così: uomo che per prima cosa pratica il verbo «rispettare», (la scrittura, il testo, il lettore!). La sua scrittura prende sempre più spunti da fatti realmente accaduti (il G8, gli sbarchi di clandestini, la mafia, … ) senza però mai cedere a chi lo vorrebbe un po’ più distaccato dal dialetto (quanti ne abbiamo sentiti, «se non ci fossero quelle parti in siciliano» …): su questo Camilleri non transige.

I suoi titoli vengono continuamente ristampati… perché ogni nuovo lettore non si accontenta di leggere l’ultimo libro, vuole «ricominciare da capo». La dipendenza dal personaggio seriale che si vorrebbe conoscere dall’inizio alla fine. Ed in merito circola ancora una notizia, non si sa se leggenda oppure no. Lo stesso Camilleri in un’intervista ha dichiarato di aver già scritto-descritto la morte del Commissario suo compagno d’avventura degli ultimi 30 anni. La pubblicazione di questo testo può avvenire solo a livello postumo vuoi per scaramanzia (Vazquez Montalban morì subito dopo aver «ucciso sulla carta» Pepe Carvalho) vuoi per coerenza sovratestuale (l’eroe che invecchia con il suo creatore e dunque condivide anche gli ultimi giorni). Se così fosse prepariamoci all’ennesimo trionfo firmato A.C. . .Ma non sarà questo a definire la sua infinita grandezza. Sarà il vuoto che lascerà. Un vuoto di forma e di sostanza. Un vuoto di saggezza. Da cieco dichiarava di «vederci come non mai», da ultranovantenne di «credere nel futuro»: bastano questi pochi semplici concetti per capire chi è stato Andrea Camilleri. Non solo il padre di Salvo Montalbano ma di più, molto di più. E ce ne accorgeremo presto. Bastano un paio di citazioni: «Non bisogna mai avere paura dell’altro perché tu, rispetto all’altro, sei l’altro.» e ancora: «le parole che dicono la verità hanno una vibrazione diversa da tutte le altre». Eccolo qui, il maestro. Buon viaggio anche da qui.

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