Canto di dolore del Mediterraneo

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Sono stato levatrice di interi popoli che esistono ancora nel sangue e nell’anima di chi vive oggi, filamenti di un DNA umano che le mie acque hanno innaffiato, lievito madre della civiltà che si è ricreato e tenuto vivo per millenni. Adesso cosa sono? Una tomba di altri popoli, umanità disperate che in me, nel mio ventre azzurro, cessano di esistere, un cimitero il cui blu intenso porta su di sé le sfumature del nero della morte,  una discarica liquida per uomini, donne, bambini che l’Occidente rifiuta, disprezza, abbandona.

Sono stato lo scenario del viaggio eroico del naufrago Ulisse, scenografia di quel poema epico, Odissea, il cui nome ora evoca naufragi tragici, significa doloroso peregrinare, navigare alla cieca mentre la Morte, come Scilla e Cariddi, cerca di azzannarti e risucchiarti in un vortice. Non più poemi su di me, ma luttuose cronache, non versi musicali, ma numeri che contano vite perse, annegate, soffocate. 

A volte li sento, nelle notti in cui la Luna dipinge sul mio volto azzurro un velo di trucco candido per presentarmi agli occhi di chi mi guarda incantato da una terrazza sul mare o una spiaggia su cui più tardi farà l’amore. Sento le loro voci, lingue diverse e confuse in un unico grido di dolore che sfuma in un terribile gorgogliare e poi svanisce, mentre ingoio a forza corpi disfatti, lacerati, macinati in un tritacarne di esseri umani, mi nausea l’orribile sapore della morte del dolore, a volte non riesco a mandare giù e allora li sputo fuori, lascio che mi galleggino sopra. E piango, le mie lacrime salate diventano la schiuma bianca in cui sguazzano i piedi delicati dei vostri bambini, ignari, nella loro ingenua sicurezza, che quella schiuma è fatta anche di altri bambini come loro, con cui non giocheranno mai. 

E a volte mi arrabbio, mi infurio, le mie onde prendono a pugni gli scogli, i lungomari con gli alberi in fiore, i lidi dove si beve e si balla. Ruggisco e schiumo di rabbia, si, perché non è questo quello che ero, quello che dovevo essere. Ero la vita, ora sono la Morte. Mare Nostrum, mi chiamavano fieramente e con rispetto, ora mi trattano come una loro proprietà, chiudono porte che la Natura ha creato aperte, mi espongono come un trofeo da difendere sull’altare della loro vanagloria. Su di me si faceva epica, ora si fa vile propaganda. 

Ruggisco e mi infurio, perché IO non sono di nessuno. Io appartengo a me stesso, e ai popoli che su di me si affacciano. Io non ho confini, quelli ve li siete inventati voi, spartendovi le mie vesti come la tunica di Cristo in croce, quel Cristo che innalzate davanti a voi come uno scudo per la vostra misera, disumana figura, che se potesse scendere da quella croce camminerebbe, anzi, correrebbe sulle mie acque per distruggere i vostri squallidi banchetti nel mercato della propaganda. 

Poi mi calmo, torno ad essere una tavola piatta e azzurra, e pazientemente, rassegnato, aspetto che succeda ancora, che altre vite diventino schiuma candida, che altri uomini, donne, bambini, si trasformino in tristi sirene. Passerà la corrente, porterà via tutto. E io sarò ancora là. Silenzioso. 

Pacifico. 

Mortale.

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