Carola, soccorritrice e non criminale

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Lo diciamo da sempre, l’abbiamo scritto più volte: soccorrere persone in pericolo non è un crimine ma un atto necessario e umano (leggi qui). E la vicenda della Sea Watch e della capitana Carola Rackete, così come delineata dai giudici, lo dimostra: Carola è libera (sebbene ancora indagata per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, reato introdotto dall’oscena legge Bossi-Fini), perché la sua decisione di entrare nel porto di Lampedusa nonostante il divieto era motivata dalla necessità dell’ “adempimento a un dovere”, quello appunto di soccorrere e salvare vite umane.

E anche la presunta “violenza” della manovra compiuta è stata, prove alla mano, ridimensionata: quindi no, Carola non ha attentato  alla vita di nessuno, nè fatto violenza e disobbedito a navi da guerra, anche perché, come scrive il giudice delle indagini preliminari, se si trovano in acque patrie le motovedette della Finanza non sono considerate navi da guerra.

La capitana della Sea Watch, insomma, checchè ne dicano gli hater sbavanti, ha semplicemente fatto quello che andava fatto: salvare vite umane. E questo va oltre ogni squallido decreto, oltre ogni schiumante dichiarazione di Salvini sui social, oltre ogni vacuo discorso da bar. È la dimostrazione che nessuna legge può andare contro quelli che sono i doveri morali di ogni individuo, e che sia una rappresentante della legge stessa a dirlo rafforza ulteriormente la tesi. E se ne facciano una ragione i vari Salvini, Meloni e (brutta) compagnia cantante: che vomitino pure la loro frustrazione sui social, loro e tutte le scimmie urlanti che li seguono. 

Ma la decisione del giudice dice anche altro: ovvero, che la Libia e la Tunisia non sono porti sicuri, la prima per ovvie ragioni (giusto oggi è stato bombardato un centro di detenzione dei migranti), la seconda in quanto non applica il diritto d’asilo. Ed è un altro pezzo del teorema salviniano che cade, sotto i colpi del Diritto, che dà l’ultima mazzata alla delirante narrazione del leader leghista: non esiste nessuna offesa, nessun pericolo per la sicurezza nazionale se una nave entra in un porto per portare in salvo persone. Perché su quella nave ci sono persone che hanno visto l’inferno in terra, e che hanno solo e soltanto il diritto di continuare a vivere: altro che cercare di piegare il diritto  alla propaganda. Parlare di invasione, di minacce alla sicurezza della nazione, latrare di pirateria e cazzate del genere hanno altri nomi: psicosi, paranoia, quelle alimentate da un ministro che di propaganda vive.

Salvini, l’uomo che, ricordiamolo, si è sottratto a un processo facendosi scudo dell’immunità parlamentare, ha trovato nei giudici e nella Legge un muro contro cui le proprie tentazioni autoritarie si schiantano. E la reazione è prevedibile, perché una personalità arrogante come quella del leghista di fronte a certi smacchi perde le staffe, sbava, reagisce in modo scomposto come un cagnaccio ferito: mette alla berlina il magistrato, insinua connivenze, scatena la macchina dell’odio online. E la frustrante impotenza di Salvini di fronte alla Legge è palese anche riguardo gli sbavanti proclami sull’espulsione di Carola Rackete: perché sull’atto prefettizio, quindi governativo, serve la firma di un giudice, il quale ha detto NO, perché la capitana deve ancora essere interrogata per l’altro reato di cui sopra. E oltretutto, in quanto cittadina comunitaria, può essere espulsa solo in caso di condanna per gravi comportamenti: decide quindi un giudice in tribunale, non un ministro ringhiante su Facebook. Game – Set – Match.

Carola è dunque libera, se ne facciano una ragione le bestie che ragliano sui social, i decerebrati che le augurano lo stupro, i falsari che mettono in giro bufale sulla sua famiglia: salvare vite umane è, e resta, un dovere. Oggi vince l’Umanità.

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