Dove sono finite le farfalle?

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Ci sono cambiamenti che sono ormai generazionali, cioè sono percepibili non più in periodi di secoli o in ere geologiche, ma nel lasso di vita di una persona.

Prendiamo le farfalle.

Io non ho 200 anni, ma mi ricordo le farfalle da ragazzo. C’erano molti più prati e contadini, molti più fiori in quegli stessi spazi verdi e d’estate, nella stagione giusta era un tripudio di lepidotteri. Mica dovevi andare nelle pianure del Kazakistan, era sufficiente fare una gitarella a Moghegno in Val Maggia o a Mosogno in Valle Onsernone per vederne a centinaia. I prati, ricordo, erano pieni di farfalle colorate, i meravigliosi (rari) macaoni, le vanesse, le cedronelle e le cavolaie. E di notte a volte trovavi una gigantesca sfinge della vite, o l’acheriontia atropos e la miriade di falene che si suicidavano intorno ai lampioni.

Oggi alcuni prati magri sono rimasti, sopravvissuti per miracolo alla cementificazione, ma anche nelle zone più verdi, la presenza di una sola farfalla è merce rara. In soli 60 anni, abbiamo perso il 90% dei prati e dei pascoli ricchi di specie. Infatti anche ora, quando vedo una farfalla mi commuovo quasi e la ammiro, solitaria testimonianza di fasti passati, in cui la sua specie colorava i prati e i sogni dei bambini.

Abbiamo fatto dei grandi disastri e siamo in pochi a rendercene conto. Molte specie sono, se non scomparse, radicalmente ridotte come il cervo volante, una volta onnipresente nelle sciamature nuziali e oggi anche lui quasi un dinosauro da esporre in una teca. Gli studi sul riscaldamento climatico dicono che entro pochi decenni potranno scomparire più di un milione di specie tra animali e piante. E questo fa orrore, perché la maggior parte delle persone non si rendono conto di una tragedia che è ormai sotto gli occhi di tutti e continuano imperterrite nei loro comportamenti antiecologici, scavando la fossa, non magari a loro stessi, ma ai loro figli.

Io rivoglio le farfalle e i cervi volanti, rivoglio i prati, voglio che le zone industriali sparse a grappoli ovunque vengano centralizzate e i terreni bonificati e riseminati, voglio che le strade inutili vengano smantellate e che al loro posto vengano piantati filari di tigli e di gelsi. E non sono solo io a volerlo. Eppure noi siamo gli estremisti, quelli che non capiscono l’utilità delle cose.

Poi dimmi te quanto ti è utile un centro commerciale quando il tuo pianeta collassa. E per assurdo i terreni oggi più adatti ai prati magri e agli insetti sono quelli lasciati incolti proprio dei centri commerciali, che vengono falciati una o due volte l’anno, il paradosso di una società folle.

La nostra è la battaglia delle farfalle. Ho la fortuna di avere un grande giardino, metà della quale è lasciata selvatica. Topi, arvicole, orbettini, ramarri e lucertole, insetti e uccelli sono di casa. La nostra casa, la casa di tutti. Non tornano le farfalle però, quelle mancano dolorosamente dal mio giardino anche se abitiamo in campagna. Ma io non dispero, ce la possiamo fare noi estremisti a cambiare il mondo, ne sono certo, e a regalare di nuovo le farfalle ai nostri figli.

La grande battaglia passa attraverso il loro ritorno, attraverso la creazione di nuovi habitat recuperando le rovine e le porcherie che abbiamo abbandonato, servono volontà, nuove leggi e un’idea politica precisa. Serve scendere in piazza e lottare.

Per le farfalle.

E per noi.

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