Gay Pride nel mirino dell’ultradestra polacca

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Il primo Gay Pride organizzato a Bialystok, in Polonia, è finito davvero male. A botte, calci e ingiurie. Con i gas lacrimogeni lanciati dalla polizia nel tentativo di tenere a bada le squadracce omofobe accorse per rovinare la festa alla comunità LGBT. I mentecatti, armati di mazze e catene, hanno attaccato i manifestanti pestandoli a sangue. Erano circa ottocento i partecipanti che si sono visti lanciare addosso pietre e sacchetti riempiti di merda e urina.

Ad aver messo in scena quasi indisturbata questa vergogna è l’estrema destra polacca, una delle frange più potenti e incontrollate d’Europa, fomentata dalle dichiarazioni di Jaroslaw Kaczynski, il leader del partito sovranista al governo. Il Salvini di Polonia va infatti ripetendo da mesi che il movimento LGBT “è una minaccia per la nazione e la famiglia”. Tutto questo in un Paese dove l’omosessualità è stata eliminata dall’elenco delle malattie mentali solo nel 1991.

Un Paese nel quale, accanto all’indecenza degli episodi di violenza e d’intolleranza registrati nel corso del Gay Pride, va segnalata anche l’ignobile presa di posizione di alcune cittadine e di altri piccoli comuni della regione che si sono autoproclamati “liberi dall’ideologia LGBT”. Un po’ come quel “Judenfrei” (libero dagli ebrei), il motto usato da Joseph Goebbels quand’era ministro della propaganda del Terzo Reich.

Ma che cosa sta succedendo in Polonia? Nulla che in realtà non stia già accadendo nel resto d’Europa dove le frange più violente della destra inneggiano al nazismo e al fascismo, si armano e uccidono i loro oppositori politici alla luce del sole, legittimate dall’odio sparso come fosse fertilizzante da tutti quei movimenti sovranisti apparsi sulla scena politica al di qua come al di là dell’oceano. Nel mirino migranti, Rom e omosessuali. E poco importa se l’episodio in questione è accaduto in una nazione che più di altre ha vissuto il cancro disumano del nazismo pagandone un prezzo altissimo. Anzi.

In Polonia ci sono stato in più di un’occasione. Soprattutto a Varsavia. Una capitale che nel gennaio del 1945, quando le truppe sovietiche entrarono in città, era giusto un cumulo di macerie. Era stata quasi completamente rasa al suolo, al punto che contava poco più di 200’000 abitanti. Una Varsavia segnata dalla strage degli ebrei del ghetto. Erano 450’000 prima della guerra, pari a un terzo degli abitanti di città. Solo poche decine di migliaia nel 1945. Varsavia e la Polonia, una città e una nazione sfigurate, brutalizzate dal nazismo. Infettate da un virus che non solo ha attecchito, ma si è moltiplicato arrivando fino ai giorni nostri.

Eppure, del mio primo viaggio a Varsavia, non posso dimenticare due momenti senza dubbio significativi. L’arrivo in aeroporto e la sorpresa d’incrociare un folto gruppo di ebrei ortodossi, quando in città del ghetto non rimane praticamente più nulla se non il ricordo di quel massacro che aleggia come uno spettro. Un altro piccolo episodio che mi colpì fu a una festa. Due ragazze iniziarono a baciarsi con grande passione, senza imbarazzo o timore dei presenti. Ecco. Perché la libertà di essere, nel bene o nel male, quel che sei, non la si può negare a nessuno. Neppure in una terra tanto travagliata come lo è stata e ancora lo è la Polonia.

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