Herman Koch, il debutto di un grande scrittore

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Siamo in parecchi a ricordare «La cena», un romanzo che una decina di anni fa fece scalpore. L’ha scritto l’olandese Herman Koch e racconta di un incontro fra due coppie che, in maniera improvvisa e inaspettata, devono apparentemente dare risposta ad uno dei quesiti più inquietanti di questi tempi (fino a dove ci si spingere a difesa dei nostri figli ? E se le colpe dei padri non possono ricadere sui figli è vero anche il contrario ? …  ). Ma non riveliamo troppo, ci basti qui dire che le domande appena esposte sono solo l’escamotage espressivo usato da Koch per la vera, autentica anima della sua scrittura: la denuncia di un sistema fondato sulla convenzione, o recita, la rivelazione della nudità dell’ ipocrisia sulla quale viene fondato il politicamente corretto. Questo il suo grande bersaglio. 

Oggi scriviamo di un altro romanzo di Koch, appena pubblicato da Neri Pozza: «La scuola». Si tratta dell’esordio narrativo del futuro brillante scrittore che sarà. Un debutto da «uovo del serpente», vale a dire ricoperto di una membrana trasparente attraverso la quale è già possibile intravedere tutto. Dunque una morale nera e faceta, un idealismo che va a sbattere contro la banale quotidiana violenza della vita, e ne soccombe, e per finire un  sorridere amaro che stordisce ogni lettore. Perché Koch è così. Di poche ma pesanti parole, capace di far parlare più i silenzi delle parole. Uno che soppesa il non detto per rafforzare la battuta successiva.

La trama de «La scuola» è assai semplice. Si tratta di un ritratto di giovane in un preciso momento della sua vita, quello degli studi liceali. Un portrait che, lo si evince subito, è però semplice escamotage retorico: è la classica «parte per il tutto», la sineddoche. Come ne «La cena», che ha in questo lontano testo (20 anni la differenza) la sua origine. L’argomento di riflessione qui è la scuola che, nonostante nella fattispecie sia ispirata alla eccelsa pedagogia di una fantomatica Maria Montanelli (ovviamente Maria Montessori ) e dunque creata a difesa degli orfanelli, ora viene tradotta ad esclusivo uso dai rampolli di una classe emergente olandese («figli di artisti e borghesi abbienti, in un quartiere con 150 pasticcerie e pelliccerie a non finire…»). Perché questa è la scuola che piace all’olandese che piace, perché fa tendenza punto e basta.

I metodi educativi presunti alternativi sono una ovvia scusa per marcare le differenze (un classico delle scuole private, o no?) e lo spazio protetto si trasforma in un recinto limitante. Tramite una narrazione che parte dal singolo e poi si fa corale il romanzo conquista potenza pagina dopo pagina, e la morte annunciata all’inizio prende sempre più forma, perché si parte dal ragazzo «ritardato» o «ebete» e si passa all’istituzione scolastica e si arriva alla società tutta. Come se la dinamica familiare border del protagonista facesse da detonatore ad una storia che comunque rimane di critica sociale. Davvero un’intrigante lettura in quanto rivela alcuni dettagli sullo «scrittore da piccolo» del grande olandese senza però mancare di offrire una storia bella di suo.

«La scuola»,  1989, di Herman Koch, ed. Neri Pozza, 2019, tr. Stefano Musili, pag 126,  Euro 15,00.  

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