Il diritto alla felicità e i cinici

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Lo sapete chi sono quelli che mi fanno veramente schifo? Ma proprio uno schifo profondo? I tanti che, dinanzi alle immagini di un qualunque sbarco di migranti, scrivono frasi oscene, del tipo: “mah, non mi sembrano tanto deperiti…”, “ammazza, che muscoli! e questi sarebbero profughi di guerra?”, “eccoli, quelli che scappano della miseria! belli pasciuti!”, “ma non erano pelle e ossa?”… E via dicendo. Vorrebbero vedere i cadaveri, gli zombie, gli arti mancanti, le ferite ancora fresche, di pus e di sangue, e i bambini con il ventre gonfio e le gambette rachitiche, le donne coi graffi sul collo e i volti bruciati. Vorrebbero la bella soddisfazione di una scena madre, con i morti viventi da poter collocare nella casella “disperati all’ultimo stadio”, e così, cinicamente, sentire tutta la distanza, tutto il ribrezzo, tutta l’ipocrita pena e il pietismo raccapricciante, che si scatenano dinanzi all’essere umano degradato. Così palesemente DIVERSO da loro. Esotico, persino. Più bestia, che uomo. Poveretti, mischini, ma guardali come sono ridotti. Altro da noi, per fortuna!

Eppure, ne sono convinta, anche se da quelle barche venissero fuori dei corpi martoriati, non cambierebbe nulla. I razzisti sovranisti non sarebbero di colpo più inclini all’accoglienza. Troverebbero altre scuse, altre motivazioni per respingere il nemico. Tipo: “ma in queste condizioni cosa vengono a fare qui? Sono talmente malmessi che non possono nemmeno lavorare!”. “Ma è normale che dobbiamo diventare un lazzeretto africano??”… E via così, bestemmiando senza nemmeno capire, immuni dal senso di vergogna.

Gli sciocchi, privi di qualunque senso morale, oltre che di coscienza e conoscenza, non sanno che questi uomini sono costretti a faticare nei campi libici, e che quei muscoli sono spesso il frutto di lavori forzati, sotto il sole e dietro minacce atroci; non sanno che fanno chilometri a piedi, attraversando intere regioni, grazie a una tempra e una forza straordinarie: il viaggio è infinito e durissimo, arriva solo chi lo può affrontare; non sanno che sotto i vestiti ci sono cicatrici, memorie di conflitti, di bombe, di aggressioni; non sanno che le donne portano i segni delle violenze sessuali, tra l’utero e la psiche, incancellabili; non sanno che si può tranquillamente avere qualche chilo in più, pur mangiando poco e male, e che mettersi a sindacare sul peso di un profugo, di un naufrago, di uno appena salvato dalla morte in mare, è da vigliacchi senza cuore, oltre che senza intelligenza; non sanno che dei genitori anziani e malati preferiscono spendere i pochi risparmi per mettere in salvo i figli, ancora giovani e in salute, col dolore di doversene separare. E non capiscono che la guerra, la tortura, la persecuzione politica e i regimi repressivi, non sono l’unica ragione per andarsene.

Si ha il diritto di andare via anche per cercare un lavoro, un futuro, una vita dignitosa per sè e per i propri cari. Diritto alla felicità, lo chiamavano i padri fondatori degli Stati Uniti d’America, 3 secoli fa. Un diritto che accomuna tutti gli esseri umani, insieme a quei diritti inalienabili, sovranazionali e universali, che sono più forti di qualunque singolo decreto, qualunque confine, qualunque propaganda, qualunque scelta di governo. Ci sono carte internazionali che tutelano questi principi e che guidano i destini e le condotte di tutti i Paesi democratici e civili. Ma loro, i cinici spettatori con la bava alla bocca, non lo sanno. E se lo apprendono, non lo capiscono. Difendono i confini, poveri eroi. Da cosa non è chiaro. E non è chiaro come faremo noi a difenderci dalla loro ignoranza, dalla loro cattiveria.

Helga Marsala

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