King Roger e l’usurpatore Djokovic

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Salire in modo fraudolento sul trono del Re in un Paese in cui nell’inno nazionale si chiede a Dio di salvare la Monarchia? Crimine orrendo. Ma non nello sport, perché lo sport è l’unica rappresentazione della commedia umana in cui il migliore si impone, al di là delle sue origini, della sua fede e delle sue risorse finanziarie: allora perché considerare, come hanno fatto i 15000 di Wimbledon, il numero uno al mondo Novak Djokovic un usurpatore, un guastafeste? 

Nella sfida fra Federer, reduce dalla grande vittoria su Nadal, e Djokovic ha prevalso la formidabile forza mentale del serbo: “li sentivo urlare per Roger ma io fingevo che dicessero Novak”. E forse, ma solo in minima parte data l’epica resistenza di Roger, sconfitto dopo 4h57′ a quasi 38 anni, una certa differenza va attribuita anche alla forza organica di Novak, che impugna la racchetta a due mani come un samurai la spada, e corre da un lato all’altro come uno sprinter, peraltro senza che Federer fosse molto distante nemmeno in questo esercizio puramente atletico. 

Ma c’è dell’altro: l’eterno contrasto fra la forza e la bellezza, che non ha la minima influenza nella classifica finale, ma influisce molto nella nostra percezione, nella nostra scala dei valori: Koblet, Berruti e Wilma Rudolph, Killy e Russi, Rivera e Pelè hanno vinto meno titoli rispetto ad altri, ma non per chi li ha amati: per la “beauté du geste”, dicono molto bene i francesi, che anzi sovente eccedono quando si parla di sport. Perché l’estetica non ha premio nell’agonismo, salvo laddove è premiata come tale, nelle discipline giusamente definite “artistiche”.

Ma al termine del 7-6, 1-6 (!). 7-6.4-6, 13-12 nessun giudice è stato chiamato a dirimere l’epica, storica contese (il miglior match della storia?) con un giudizio estetico, ciò che ha fatto e fa sovente il pubblico: il valore aggiunto, giustamente non considerato nel tennis e nello sport agonistico, è lo stile, la bellezza appunto che nasce da un sublime controllo del gesto, che non sarà mai grossolano, rozzo , nemmeno nei momenti di sforzo estremo: non è l'”art pour l’art”, perché nello sport, appunto, c’è una competizione, c’é il greco”agon”, c’è un vincitore e uno sconfitto, che secondo Pindaro, rientrava in città di notte strisciando lungo i muri di cinta. Federer, lo sconfitto, è celebrato quanto Djokovic, il grande e meritevole vincitore della sfida.

All’osservazione “è stato un match indimenticabile”, Roger ha risposto: “spero di dimenticarlo”. La sconfitta fa male, Federer, come gli capita spesso, ha strani momenti di amnesia, in cui sbaglia colpi facili in modo incomprensibile. Sembra che la sua arte non abbisogni  di un atto finale, in contraddizione con il suo sport che vuole una concentrazione e una fede-rabbia agonistica necessaria, quella che caratterizza il giustamente “cattivissimo” e tecnicamente bravo Djokovic, che ha la sfortuna di 
 dover convivere con Federer, il ” Messia” del tennis, secondo la famosa definizione di un grande tennista, e grande psicopatico, come Mc Enroe: ” Il Messia del Tennis è tornato, ed ha un messaggio per tutti noi; sono resuscitato, non cammino sull’acqua, ma riesco ugualmente e moltiplicare i colpi vincenti”. Non sempre, ma ci proverà ancora per la gioia di molti in tutto il mondo.

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