La sberla educativa e il sondaggio ticinese

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Tra i sondaggi di Tio.ch ce n’è uno di qualche giorno fa abbastanza significativo di come schiaffi e sculacciate, in Ticino, siano considerati leciti se elargiti nella giusta misura (leggi qui). Se solo il 54% dice di aver dato uno schiaffo ai propri figli, ben il 70% è convinto che sia educativamente corretto farlo. E ancora più alta è la percentuale di chi si oppone a una legge che proibisca la violenza a scopo educativo. Alzare le mani sui bambini viene ancora comunemente ritenuto un modo lecito, se non necessario, per correggere il loro comportamento. Eppure gli esperti insistono nel ribadire come sberle e sculacciate insegnino solo che la ragione sta dalla parte del più forte.

Difendiamo i diritti di tutti, lottiamo contro ogni forma di discriminazione e di abuso eppure, poi, quando si tratta di una sberla data a un bambino, con l’intenzione di fagli capire che ha sbagliato, ecco che invece resiste il mito della sua presunta utilità. E, come emerge dal sondaggio tutto nostrano, non si vogliono sentir ragioni che ne smentiscano la reale efficacia. Eppure lo schiaffo risulta essere il fallimento educativo di un adulto, perché viene dato, nella migliore delle ipotesi, quando si è con le spalle al muro o nel solco di una reazione spesso istintiva. Al bambino in quel momento non serve, invece al genitore sì. È una valvola di sfogo e, sempre nella migliore delle ipotesi, l’ultima risorsa.

Quando di fronte ad alcuni fatti di cronaca orribili, a certe brutte storie di violenza domestica consumata ai danni di minori c’indigniamo, certamente c’è in noi la preoccupazione per quanto è accaduto, ma tendiamo anche a isolarne le cause, a farne un caso esemplare. Spesso rimaniamo sui tratti caratteristici di chi ha commesso il gesto senza allargare il cerchio analizzando le variabili in gioco sul piano sociale e culturale. Ci sono infatti metodi educativi, modelli familiari e relazionali rispetto alla gestione di emozioni e sentimenti che hanno, nei giovani, un ruolo fondamentale rispetto a possibili futuri comportamenti disturbati e antisociali. Se vogliamo costruire le basi di una società meno violenta di quella attuale, non alzare le mani con i nostri figli è il punto di partenza. Gli studi parlano chiaro. È da lì che derivano aggressività, insofferenza alle regole, l’abuso di sostanze più o meno lecite, disturbi alimentari, minore autostima, rapporti conflittuali con i genitori.

L’impiego delle punizioni corporali fa a pezzi l’autostima. Anche solo le urla o le minacce incasinano e portano fino alla depressione molti adolescenti. Chi ha subito punizioni fisiche tende infatti a diventare più violento. “Una sberla non ha mai fatto male a nessuno” è la frase che più si sente dire in giro quando si tratta quest’argomento. Ma cosa insegniamo in quel momento in cui siamo in grado di colpire chi diciamo di amare? Che la ragione è del più forte, che vince chi ha più potere, che per risolvere un diverbio è lecito mettere le mani addosso, che colpire i più deboli per ottenere qualcosa è accettabile. Al contrario alzare le mani è sempre violenza, soprattutto con i più deboli. È violenza anche se gli ho dato uno schiaffo, ma piano.

Pensiamo alla sofferenza, alla rabbia, al terrore e alla vergogna che sentirsi colpire, urlare contro e ferire da un’altra persona, soprattutto quando quest’ultima è così importante come un genitore, susciterebbe in ognuno di noi. Come genitori abbiamo il dovere di individuare metodi alternativi alla violenza per accompagnare nella loro crescita i nostri figli. Punire un comportamento negativo così come ci dicono le leggi dell’apprendimento, non diminuisce la probabilità che questo si ripeta. Educare reprimendo, minacciando o punendo può portare a un’ubbidienza momentanea ma fa covare tanta voglia di trasgredire appena sarà possibile. L’apprendimento si rafforza soprattutto quando è accompagnato da sensazioni piacevoli o positive. Ecco perché sberle, insulti, grida, ricatti e qualsiasi altro tipo di mortificazione dovrebbero essere bandite.

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