La Stalingrado della Bellezza

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Viviamo tempi cupi, lo sappiamo. Una sorta di Mauvais Epoque stracciona in cui il Bello sembra una proposizione eretica, fagocitato dalla volgarità del Noi contrapposta al Loro, come se l’appartenenza, voluta o meno, a una parte o l’altra fungesse da canone, meglio, da dogma estetico e morale. Una sorta di volgare e autoproclamata Inquisizione detta legge su ciò che è conforme al patetico costume nazional-popolare e ciò che è estraneo, esecrabile, eretico da bruciare sul rogo del disprezzo virtuale.

La Bellezza, quella senza compromessi, quella fine a se stessa, sembra svanita, eclissata dall’orizzonte: come diceva la mia cara docente di sociologia urbana e rurale Nella Ginatempo (che parafraso un po’ a memoria, mi si perdoni l’approssimazione), parlando della sua Messina e del progetto del Ponte ma con uno sguardo che può andare oltre, sembra che la categoria del Bello sia ormai venuta meno, soppiantata da quella dell’Utile, o peggio, aggiungo io, del Nostro, come affermazione di una supremazia dell’orticello sull’immenso campo al di fuori.

Il Bello, da assoluto, è diventato un fatto relativo, peggio ancora, dogmatizzato: non è nemmeno più bello ciò che piace, ma ciò che ci assomiglia o che, meglio, non assomiglia all’Altro. Una sorta di perverso narcisismo che, nell’esaltare ciò che è simile-conforme, sottomette la Bellezza alla cosiddetta, supposta (a volte in senso farmacologico) identità: non è bello ciò che è bello, ma ciò che è identico – identitario. La varietà, il quid costitutivo della Bellezza, è soppiantato dalla conformità, la diversità stigmatizzata come eresia, deviazione dal dogma del Nostro.

Ma la Bellezza è là. Resiste, non si arrende. È là, pronta a colpire all’improvviso, una solitaria VietCong nel folto della giungla della mediocrità, guerrillera pronta a gridare Aquì no se rinde nadie di fronte agli sgherri del Potere.

Ti colpisce quando meno te l’aspetti, sparandoti in faccia il più bello dei tramonti, facendoti saltare in aria sulla risata di mio nipote quando gli lanci il cuscino in faccia, bombardandoti con un sorriso d’avorio incorniciato d’ebano vestito di una bandiera che è diventata ormai sua.

Gioca sporco, Lei, sfugge allo scontro frontale ma ti colpisce ai fianchi, ti sorprende, ti disarma: è la canzone che ti fa diventare gli occhi lucidi anche se non capisci le parole, è la poesia mollata là su una bacheca social come una mina vagante, è quella foto rubata che non sai dove e perché ma c’è, è là, esiste. Vive di attimi, non fa strategie nè sconti, parte all’assalto all’improvviso e ti viene a salvare, a tirare fuori dall’abisso in cui il Brutto attorno ti ha confinato, ti riporta a galla mentre affoghi nel mare di Male. È tosta, la Bellezza, cocciuta come un mulo, ostinata come l’ultimo giapponese nel Pacifico., come il cecchino sovietico asserragliato in un rudere a Stalingrado, implacabile nel far fuori ad uno ad uno i suoi nemici.

Ed è di una Stalingrado della Bellezza che abbiamo tutti bisogno, una controffensiva contro l’abbruttimento che ci accerchia, un assalto frontale che rompa l’assedio della disumanità che affama le nostre anime. Abbiamo bisogno di cannonate di meraviglia, di raffiche di sorrisi, di bombardamenti di poesia. Dobbiamo tutti diventare partigiani dell’Umanità, guerrilleri armati di Amore, lanciarci all’assalto delle roccaforti dell’Odio. Dobbiamo combattere contro la dittatura della Tristezza, abbattere i muri che erge, sfondare le trincee della Disumanità. Dobbiamo lanciare una guerra batteriologica con il virus della Bellezza, renderla contagiosa, far scoppiare un’epidemia di Vita.

È una specie di Crociata a cui siamo tutti chiamati, noi anime ostinate nel non arrenderci alle armate del Brutto, noi spiriti liberi e fieri di non piegarci al giogo che ci opprime. Liberiamo il mondo, e prima ancora noi stessi, da questa tirannia sommersa che divora la nostra forza vitale: siamo noi, tutti, una Stalingrado della bellezza.

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