Le persone dietro la malattia

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Ieri ho vissuto un’esperienza particolare che non so bene come rendere a parole. Ho lavorato al pomeriggio nel reparto protetto della mia struttura dove non mi capita quasi mai di andare e dove conosco poco le persone. Ho letto tutte le loro storie di vita un po’ di tempo fa, ma poi non ho avuto più turni in quel reparto. Quando lavori di pomeriggio c’è poco da fare se non vegliare, fare compagnia agli anziani, evitare che uno pesti l’altro e accompagnarli in bagno.

Ieri mi trovavo seduta al tavolo per fare compagnia a un signore che stava ancora mangiando il suo pranzo in netto ritardo rispetto agli altri che quindi se ne stavano a fare altro vagando per il reparto. Il Signor G. ci metteva tanto a mangiare perché si era rotto un braccio qualche tempo prima alzandosi di notte al buio per andare alla toilette, lui non voleva che lo aiutassi a mangiare come invece mi era stato chiesto di fare dall’infermiera. Io stavo lì seduta con lui semplicemente a fargli compagnia e a chiacchierare per rispettare il suo senso di autonomia e il suo tempo diverso dal mio ma non per questo inadeguato. Ero seduta al tavolo, dunque, e ho avuto modo di osservare le scene delle persone che mi si presentavano davanti. Osservavo in silenzio e riflettevo. C’erano due signore a braccetto che giravano per i corridoi e ogni tanto si venivano a sedere al tavolo di fronte al nostro, una indicava qualcosa all’altra che annuiva. Poi a un tratto e senza un motivo apparente si alzavano, facevano il giro della sala e si risedevano, la stessa espressione sul viso.

Ne arrivava un’altra con in mano una bambola e le parlava, farfugliando stizzita qualcosa tra sé e sé. Dopo poco arrivava un signore, toglieva una tovaglia da un altro tavolo, cercava di piegarla con lunghissimi infruttuosi gesti delle braccia, e se la portava via.

Io seduta li guardavo come fossi al cinema o a teatro a vedere una commedia dell’assurdo. Sembravano delle maschere, dei personaggi in cerca di autore, per citare Pirandello, persone che, recitando un copione del nonsenso, vagavano per il palcoscenico. Mi sono lasciata la possibilità di osservarli per un po’ in maniera distaccata, restando sulla superficie dell’apparenza, concentrandomi sulle maschere dei loro volti, sull’incertezza dei loro gesti, sull’impenetrabilità dei loro sguardi. E allora ho sentito dentro di me il senso di profonda estraneità che devono loro provare molte volte con se stessi piuttosto che con la realtà che li circonda. La Malattia di Alzheimer ti rende uno straniero nel mondo, un alieno verso ciò che sei stato e ciò che sono gli altri. Ti tiene lontano dalla tua stessa comprensione della realtà e dalla comprensione che gli altri possono ancora avere di te come individuo.

Ieri ho compreso ancor di più quanto sia importante essere riconosciuti come persone anche arrivati al punto in cui forse neanche noi ci riconosciamo più come esseri umani. Ieri per la prima volta, ho guardato loro come la maggior parte della gente li guarda: come fossero maschere, attori senza regista, persone-non persone che non hanno senso di per sè, se qualcuno al di fuori non glie lo dà. Oggi sono tornata in reparto ed erano tornati a essere i miei amati ospiti, ognuno a suo modo, ognuno con la sua personalità seppur distorta dalla malattia, ognuno con il proprio senso di esistere, il nuovo strano e limitato senso che la patologia gli concede di avere. In questo caldo weekend di luglio ho capito quanto sia importante il punto di vista di chi guarda, e la valenza della capacità di riconoscere la persona dietro lo spesso, impenetrabile muro della malattia. Per chi soffre di una patologia come la demenza è fondamentale essere circondato da persone che siano in grado di scorgere ancora la persona che sei. Non è facile, tutt’altro, né è automatico. Però è vitale.

*ausiliaria di cura

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