L’hamburger da 295 dollari

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La fame nel mondo è una piaga, lo sappiamo tutti. Nonostante sensibili miglioramenti negli ultimi decenni, assistiamo a un divario sempre più ignobile tra poveri e ricchi. Rassegniamoci, non ci possiamo fare niente.

D’altronde bisogna sempre pensare a che succederebbe ai meno fortunati, se una fetta della popolazione non si battesse regolarmente per loro. È una questione antropologica, perché in realtà nella storia non è mai cambiato nulla. Dai faraoni all’Impero Romano, dal Medioevo ai fasti del Re Sole, legioni di affamati hanno sempre guardato con bramosia alle tavole dei ricchi.

Molto si è fatto nel passato recente, ma negli ultimi anni , complici i cambiamenti climatici e i conflitti, la fame nel mondo è di nuovo aumentata.

Il divario è in fondo sempre esistito, e accanto ai bambini somali, afghani o guatemaltechi che vivono denutriti, risentendo fisicamente e cognitivamente della penuria alimentare, abbiamo negli USA un popolo tra i più obesi, dove nella Upper East Side di Manhattan, al Serendipity 3, troviamo hamburger a 295 dollari, cheeseburger a 245 e coppe gelato da 1000.

Nessuno di noi impedirà a qualche riccone di Dubai di mangiarsi una cupcake da 1000 dollari rivestita in lamina d’oro. Eppure la follia del cibo ci colpisce tutti, con voglie e desideri per cui siamo disposti a sborsare fior di quattrini. Senza andare lontano, la quotazione del tartufo bianco d’Alba viaggia tra i 2800 e i 3500 euro al chilo. Un imprenditore di Hong Kong però, ne ha pagato uno di un chilo e mezzo, un paio di anni fa, 160’000 dollari. A fronte di ciò, a Città del Guatemala possiamo mangiare un menù da Mc’Donalds per 40 quetzal, poco più di 5 fr e 20.

Alla “Caviar House & Prunier” a Piccadilly Circus a Londra, una rara varietà di caviale bianco iraniano viene venduta a 22’500 dollari al chilo (ah…la confezione è d’oro a 24 carati) mentre in Afghanistan una confezione da un chilo di petti di pollo costa 206 afghani, circa 2 franchi e 50.

E se un caffè Kopi Luwak indonesiano (quello parzialmente digerito e cacato dallo zibetto, una specie di puzzola) costa fino ai 2’300 dollari al chilo, un cappuccino in un ristorante in Somalia costa invece 500 scellini somali, intorno ai 90 centesimi di franco.

Le follie alimentari, quelle del potere e della ricchezza, ci seguono da tempo immemore, è sufficiente leggere le cronache dei banchetti romani, bizantini o medioevali. Eppure già duemila anni fa, lo stoico Seneca attribuiva la decadenza romana alla mancanza di frugalità, di umiltà alimentare, potremmo dire.

Eccessi folli a parte, un modo nuovo di leggere la nostra alimentazione va fatto, perché non è più solo una questione di stomaco, ma anche di etica e di sopravvivenza. Bene diceva Seneca, nello stigmatizzare lo spreco e l’opulenza assurda della nobiltà romana, che era passata dalle polentine di farro degli esordi dell’Urbe, alle lingue di pavone o ai tranci di murena.

Oggi siamo di fronte a una sfida vera, che ci concerne tutti. Mangiare frugale, locale, etico, non è più solo una questione di voglia ma, come dicevamo, di sopravvivenza per noi e per i bambini guatemaltechi, afghani e somali. Ridistribuire la ricchezza, condividere il cibo, migliorare i sistemi di produzione, non è più roba da ideologie estreme ma una necessità. Buon appetito.

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