Fermate l’infermiere della morte

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È stato accusato di omicidio. Eppure lui è un infermiere. Cioè qualcuno che dovrebbe prendersi cura del suo prossimo, degli altri. Di chi si trova a combattere con la malattia. Mica ucciderlo. Ma pare che fosse esattamente questo quel che succedeva tra le quattro mura dell’ospedale Beata Vergine di Mendrisio. Il dubbio e i sospetti che hanno portato nel dicembre dello scorso anno all’arresto di un quarantaquattrenne è di quelli che gelano il sangue nelle vene. Sembra infatti che abbia deliberatamente somministrato il sonno eterno ad alcuni pazienti ormai prossimi alla morte, modificando il dosaggio dei farmaci, rendendolo letale.

Quanti siano i malati terminali giunti al Creatore prima del tempo grazie a lui non è ancora chiaro, ma c’è chi scrive quattro, chi cinque o addirittura di più. Questi non sono però gli unici particolari sui quali si è soffermata la stampa a partire dalle prime indiscrezioni venute a galla. A quanto pare, stando a quanto scriveva ieri “Il Caffè”, sull’infermiere sotto inchiesta verrà presto effettuata una perizia psichiatrica. Da quel che si legge sul domenicale l’uomo era letteralmente ossessionato dalla morte, al punto di cercare con insistenza risposte sul senso di quest’ultima tra i Rosacroce, una confraternita esoterica d’ispirazione cristiana, e perfino nei video delle decapitazioni pubblicate sul web dai terroristi dell’Isis.

“Durante la nostra vita viviamo numerose morti o transizioni – si legge sfogliando la rivista semestrale della Grande Loggia dell’Antico e Mistico Ordine della Rosacroce, pubblicata online – ognuna necessita distacco, accettazione e adattamento a un nuovo modo di vivere, a una nuova comprensione. Il corpo soffre quando muore poiché non vuole riconoscere quest’altra dimensione dell’io vero. Non sa dove va e non vuole lasciare la presa.” Ed ecco che a dare una mano, a incoraggiare la “transizione” era chi ora si trova in carcere con l’accusa di omicidio intenzionale.

Quando l’infermiere è stato arrestato, inizialmente con una accusa per maltrattamenti, non pochi sono stati gli attestati di stima ricevuti dai colleghi. Lettere di chi non poteva credere che dietro quell’uomo ci fosse una persona disturbata, confusa. Sedotta dal lato oscuro. Capace di togliere la vita a chi ne stava assaporando proprio gli ultimi scampoli. Una vicenda dal gusto amaro che gli inquirenti stanno ricostruendo attraverso fotografie e messaggi scambiati via WhatsApp. Dai quali è emerso come la morte fosse una costante ricorrente. Una compagna di viaggio presente e puntuale. Perfino seducente.

Del resto, chi ha una certa confidenza con il nostro mondo ospedaliero e con il tanto blasonato livello d’eccellenza e di qualità delle nostre strutture, si sarà forse accorto come spesso, tolta la patina superficiale, la realtà che sta poco sotto sia meno luccicante di quanto ce la si racconti. Dove il rischio di burn out tra il personale sanitario è ben superiore che in altri ambiti professionali. Un mondo in cui regnano stress e burocrazia. Un’alienazione, un disagio parte di quel grande supermarket che è diventata la sanità pubblica. Dove non di rado c’è chi parte per la tangente e non torna più. Proprio come sembra sia accaduto a Mendrisio.

Perché sfido chiunque di voi ad avere gli strumenti necessari a rimanere lucido e a non dare di matto pur essendo confrontato quotidianamente, per anni e anni, con la malattia e la morte. Di sicuro, quanto potrebbe essere accaduto a Mendrisio, è un avvertimento. Il più classico dei campanelli d’allarme di fronte a un motore fuori giri, a un universo al limite del collasso. Insomma, non per forza un caso isolato. Del resto “Il Caffè” non esclude neppure che l’uomo abbia goduto, tra i colleghi, di una sorta di complicità. La cosa emergerebbe dallo scambio avuto con loro, via sms, di fotografie scattate ai pazienti anche dopo il decesso.

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